Il dialetto di Tivoli nel medioevo
Nel Medio Evo il dialetto tiburtino acquistò caratteristiche che ancora si conservano, come l’uso dei soprannomi e la stabilità dei toponimi. Inoltre nei processi accusati e testimoni parlavano nel dialetto del tempo.
di
Franco Sciarretta
Parte PRIMA
Lo studio del dialetto tiburtino, scientificamente condotto, risale solo agli ultimi decenni. L’opera più significativa è quella redatta, sotto la guida del prof. Ugo Vignuzzi da Veronica Petrucci, alla quale va il merito di aver dato ai nostri concittadini la possibilità di rendersi conto del passaggio dal latino volgare al nostro vernacolo, che rientra fra quelli appartenenti alla c.d. “area mediana” comprendente la parte orientale e centro-meridionale delle Marche, dell’Umbria, del Lazio, dell’Abruzzo aquilano (limitatamente all’area influenzata dal dialetto sabino e con l’aggiunta di quella palentino-carseolana). Questo importante contributo è apparso nel volume 77 (2004, pp.7-132) degli “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte”, che non ha mai trascurato di pubblicare i più importanti studi “dialettali” sul territorio.
Il dialetto tiburtino nei secoli X-XV

Fra i vari documenti a disposizione abbiamo scelto quelli di più facile lettura ed interpretazione, dando ad essi una numerazione.
1-Nomi e soprannomi di cittadini tiburtini dal doc. IX del Regesto della Chiesa di Tivoli (anno 1000) e dal doc. CCCCLIII del Regesto di Farfa (anno 997).
Dai testi si ricavano oltre duecento nomi (203), molti accompagnati da un soprannome. Ricordiamo Theophilactus filius quondam stephanus sartore. Quest’ultimo termine è giunto sino ai nostri tempi. Fra i soprannomi più curiosi abbiamo: Farolfo dente sproccu (“dente sporco”); Iohannes cortabraca (“brache corte”); Petrus curtabraca; Iohannes saltello.
Nota è l’abitudine di chiamare una persona con un nome diverso da quello ufficiale: Bonizzo qui vocatur inbersu; Gilierdu qui vocatur adelbertu; Stephanus qui vocatur zeldo. L’espressione “dente sproccu” invece di “sporcu” ci consente di dire che l’arretramento della “r”, cioè lo scambio di posizione all’interno di una parola, che gli studiosi chiamano “metatesi”, tipico dei dialetti centro-meridionali, nel X secolo è già in atto a Tivoli. Ancora oggi sentiamo dire “freve” al posto di “febbre”, “sopre” che traduce il latino “super”. “crapa” invece di “capra”, da cui “craparu” invece di “capraru” (nel 1320 abbiamo attestato Paulus craparius).
Dal punto di vista dialettale matura in questo secolo, se non prima, un fenomeno linguistico che è arrivato sino ai nostri giorni e che sembra destinato a perpetuarsi. Esso consiste nella “Legge dei trisillabi piani” che spinge a tramutare la “i” in “e” e la “u” in “o” della terzultima sillaba nelle parole “piane”, cioè con accento sulla penultima sillaba. Questa legge trionferà nel XIII sec. Ecco allora “Pisoni” (da Pisones) tramutarsi in “Pesùni”, Rufinus in Rofìnus, “cucina” (da culina) in “cocìna”, “mulino” (da molendinum) in “molìnu”.
2- Lo Statuto di Tivoli del 1305.

Vi si notano varie “scorrettezze” che, secondo noi, trovano in parte la loro ragione nel fatto che il volgare parlato dai compilatori e trascrittori agiva sulla forma latina, in cui lo Statuto fu redatto. L’influenza della lingua parlata si percepisce dai seguenti fenomeni, di cui elenchiamo i principali:
1- resa di “mm” per “dm”, per cui “amministratio” anziché “administratio”;
2- resa di “mm” per “nv”, da cui “immitare” anziché “invitare”;
3-passaggio da “v” a “b” attestato da “bacca” per “vacca” (art: 257);
4- la resa “cancelleresca” di “t/tt” in “ct”, per cui “distintam diviene “distinctam”.
Il fenomeno per cui “dm” diviene “mm”, noto come assimilazione totale regressiva, giunge fino ai tempi attuali. Esso investe anche il gruppo “nv”, per cui “invia” passa ad “(i)mmia”. Il termine ancora attuale di “Memmagghiura” traduce l’espressione “in via Maggiore”. Nello Statuto si incontrano anche parole pienamente dialettali. Ad esempio, nell’art. LXXXX si legge “Quod nullus macellarius zuzzuras faciat in via”. “Zuzzure” è un temine arrivato a noi con poche differenze: “zozzure”. Esso è vicino al romanesco “zozzeria”, per il cambio della “u” in “o” e della “s” in “z” nella prima sillaba, che hanno la loro base nel latino parlato “sucidu(m)/succidu(m)” (sudicio). Il Sella (1944/1979, p. 639) registra “zuzura” per Roccantica nel 1326. Il passaggio dalla “s” alla “z” è antico per Tivoli e per altri dialetti del Mezzogiorno soprattutto dopo una consonante liquida (R e S). Ancora diciamo in dialetto “lo ’ngenzu” [n’dgendzu] dal latino “incensum” e “burza” dal tardo latino “bursa(m)”, “nzemi”, da “insemul”.
3– L’Inventario dei “Beni posseduti dal Capitolo della Basilica Vaticana” del 1320.
Da questo prezioso documento, pubblicato dal Mosti nel 1975, ricaviamo nomi, soprannomi, toponimi e termini di uso comune all’inizio del XIV secolo. Tal Meulus Bartholomei, cioè Meolo figlio Bartolomeo, ha il soprannome di “buccatromma” (= Bocca di tromba), in cui è chiara l’assimilazione di “mb” in “mm”, tipica dell’Italia meridionale e mediana. A Tivoli, oggi, ricordiamo “bammoccio” (bamboccio), “commatte” (combattere), “piummu” (piombo), “bomma” (bomba), “’mottaturu” (imboccatoio), “sammucu” (sambuco) etc. Fra i toponimi più noti compaiono: “Campitello” (piccolo campo) in contrada s. Croce, che non ha nulla a che fare con i Metelli di Roma antica; “Carciano” tradotto erroneamente con Cassiano dai classicisti tiburtini del Rinascimento; Vesta, dove compare un mulino (“molendino posito in Vesta”). Dall’espressione “in Vesta” nascerà nel nostro dialetto “mmesti” (= in Vestae aede). Fra gli altri toponimi sono testimoniati: Rivu(m) sicculu(m), che si tramuterà nel Fosso di “Risiccoli”; Pesuni che invece rimarrà inalterato, Colle Caccabale, il quale passerà all’odierno Colle Caccavale. Fra le parole di uso comune sono testimoniati: cannéla (candela); agósto (il mese di agosto); oliveta (levéta); stirparia (le streppara/ monte Sterparo). L’assimilazione progressiva di ND in NN ha le stesse caratteristiche di quella di MB in MM. Altri toponimi noti sono: “Ripuli” (Ripoli), “Vassi”, che alcuni studiosi vorrebbero far discendere dalla famiglia Bassi di Roma antica, “Pomale” che potrebbe essere all’origine della Via di Pomata”.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Cortellazzo, Marcato 1998; De Mauro, Lodi 1993; Federici 1910; Mosti 1975; Mosti 1987; Mosti 1988; Petrocchi 1956; Petrucci 2004; Rizzello 1966; Sciarretta 1999: Toponomastica Tivoli 1997; Vignuzzi 1997.
