DONNE IMPRENDITRICI E BENEFATTRICI NELL’ETÀ ROMANA

DONNE IMPRENDITRICI E BENEFATTRICI NELL’ETÀ ROMANA

Anche se nel mondo romano le donne romane avevano difficoltà ad accedere ai diritti civili, i testi letterari ci parlano di figure che si distinsero nelle attività lavorative e come benefattrici

di 
Mariarosaria Barbera, già Dirigente MIC

Limitazione dei diritti delle donne nel mondo romano

Nel mondo romano, la società patriarcale negava alle donne l’accesso ai diritti civili e ai virilia officia, cioè gli incarichi di magistrati, avvocati, banchieri e, meno che mai, di reggere l’impero (Dig. 3.1.1.5). Solo dopo un lungo percorso, vennero riconosciuti almeno alcuni diritti economici di base, es. l’eredità passiva e più di rado attiva, mentre si continuò a escluderle dalla rappresentanza politica e dalla cittadinanza. Per Platone “la virtù della donna consiste nel gestire bene la sua casa e obbedire al suo sposo”; per un autore della cerchia di Demostene, “le mogli servivano a procreare figli legittimi, le concubine per le cure di tutti i giorni, le cortigiane per il piacere”.

Il lavoro extradomestico era una condanna per le più povere, che si guadagnavano da vivere con piccoli commerci, il lavoro nei campi, l’allevamento ecc. Alcune osarono darsi alla medicina, anche con successo, altre si distinsero come pittrici di un certo nome: sembra che a Helene di Alessandria si debba il prototipo del quadro della Battaglia di Alessandro Magno a Isso, ripresa a Pompei dal noto mosaico della Casa del Fauno.

Mosaico di Alessandro da Pompei, Casa del Fauno: forse su prototipo della pittrice Helene di Alessandria.

Graduale processo di emancipazione

Nei territori governati da Roma, si sviluppò un graduale processo di emancipazione femminile, percepibile anche nel rito matrimoniale. La formula cum manu che trasferiva nella famiglia del marito una sposa giovanissima, soggetta a lui e al suocero, fu sempre più spesso sostituita da quella sine manu, che lasciava dote e ricchezze della sposa nelle mani della sua famiglia e non di quella del marito.

Rilievo in marmo con scena di matrimonio, nella formula cum manu: Napoli, Museo di Capodimonte.

Eppure nella società antica, malgrado i pesanti vincoli di genere, non poche donne riuscirono a distinguersi in vari settori, incluse le attività imprenditoriali e di beneficenza. E quando riuscirono ad occupare la scena pubblica, queste donne straordinarie raggiunsero posizioni di rilievo per sé, i figli e la famiglia. Da una parte si continuò ad esaltare l’ideale della donna casta, silenziosa, che filava la lana, procreava ed educava i figli/cittadini e custodiva i beni della famiglia: celebre l’iscrizione che a una Claudia dedicò l’afflitto marito: “tenne bene la casa, filò la lana”. Ma l’intensificarsi delle guerre di conquista e civili, soprattutto nel II e I sec. a.C., produsse accanto alla penuria di maschi la necessità di riconoscere alle mogli e madri un nuovo ruolo, che le rese partecipi e talvolta protagoniste della scena pubblica.

Evoluzione del nome

Rilievo in marmo da Ostia, con scena di macelleria: a sin. donna impegnata nella contabilità: Ostia antica, depositi.

Il percorso femminile verso una maggiore individualità si coglie anche nell’evoluzione del nome: gli uomini ne avevano tre, per le donne bastava quello della famiglia, femminilizzato. Ma soprattutto dal I secolo a.C. e nell’età imperiale, un secondo nome andò a definire le dominae e anche le liberte (schiave affrancate). Il mondo del lavoro extradomestico femminile registrò un exploit mai visto prima, i mestieri femminili si moltiplicarono, dalla sfera estetica (modiste, estetiste, ricamatrici) al commercio, incluse le contabili e le proprietarie di attività commerciali, che potevano anche comparire in prima persona nell’insegna o nella tabula affissa sulla tomba.

Rilievo in marmo da Ostia (cd. “della pollivendola”), con proprietaria di una macelleria al banco di vendita: Museo di Ostia antica.

I mestieri femminili

Circa 130 termini indicavano mestieri femminili, per la cura della persona, il piccolo commercio e l’abbigliamento, soprattutto lavorazione di lana e stoffe preziose. Una lanifica di successo, la liberta Trosia Hilara (I sec. a.C.) da imprenditrice ambulante (circ(u)latrix), guadagnò abbastanza da costruirsi il monumento funebre per sé e per la sua piccola familia di liberti e liberte. Alcune erano educatrici e insegnanti, lettrici in case nobili, o segretarie personali come Antonia Caenis, che dopo un’onorata carriera nella casa dell’imperatore Claudio, divenne concubina “ufficiale” di Vespasiano. Altre lavoravano nello spettacolo: nel Satyricon, Trimalcione ricorda alla moglie Fortunata il suo passato di modesta flautista. Molte erano impegnate anche nella ristorazione, nella funzione di ostessa/locandiera (stabularia, con una velatura di disprezzo): la più fortunata, Elena madre di Costantino, da proprietaria di una locanda in Bitinia (Asia Minore), si elevò “dalle stalle alle stelle”, come scrive S. Ambrogio, fino al trono d’imperatrice (IV sec. d.C.).

L’imperatrice Elena, madre di Costantino, rielaborazione di precedente statua imperiale: Roma, Musei Capitolini.

Un tipico mestiere femminile sdoganato durante l’età imperiale era quello di medica (o iatrina, alla greca), che spesso superava i confini della ginecologia estendendosi alla medicina generale e alla trattatistica scritta. Benché le scuole di medicina fossero chiuse alle donne, non poche mogli e figlie di medici impararono con la pratica, fino a raggiungere nella piena età imperiale (II e III sec. d.C.) la percentuale del 20% rispetto ai colleghi di sesso maschile. L’operato di queste medicae è ricordato dalle iscrizioni e non solo, come ci racconta a Ostia-Porto Scribonia Attice. Lei, ostetrica e moglie di un medico, è raffigurata in un quadretto di terracotta del suo monumento funerario, impegnata ad assistere una partoriente: eppure ha il volto di prospetto e guarda negli occhi i passanti, in una prova di autoaffermazione e orgoglio professionale.
(Foto di copertina – Tabella in terracotta dell’ostetrica Scribonia Attice, dal monumento funerario di Isola Sacra: Museo di Ostia antica.)

Donne imprenditrici

Nell’età imperiale, molte donne ebbero la capacità e i mezzi per diventare imprenditrici, gestendo produzioni industriali e attività commerciali complesse, spesso con l’aiuto di liberte. Un settore importante era quello della “ceramica pesante”, materiali da costruzione e vasellame, incluse le anfore da trasporto (cd. opus doliare). I marchi di fabbrica segnalano ben 175 donne produttrici, a cui vanno aggiunte le dominae della famiglia imperiale, che sono una casistica a parte. Tra le “capitane d’industria”, solo in Italia sono note più di quaranta grandi imprenditrici (e latifondiste) tra cui ricordiamo almenoAsinia Quadratilla e Stertinia Bassula.

Le donne erano attive anche nel commercio di derrate (partic. vino e olio) e nella produzione del vetro e dei tubi di piombo (fistulae) per la grandiosa rete idrica dell’Impero romano: soltanto fra Roma e Ostia, si contano non meno di 35 proprietarie o amministratrici di officine “plumbariae”. In generale, si calcola che a metà del II sec. d.C. il 50% delle proprietà senatorie del settore fosse in mani femminili. Perfino una Vestale poteva armare una nave e avviare commerci fra Ostia e l’Africa del Nord, come racconta per Flavia Publicia una tabella bronzea trovata a Porto Torres.

Statua di Vestale dalla Casa delle Vestali, a suggerire l’immagine di Flavia Publicia: Palatino, Parco del Colosseo.

A Pompei spiccano, a livelli diversi, due donne speciali:Eumachia, ricchissima proprietaria e imprenditrice nel settore della lana, che donò alla città un complesso di edifici pubblici e fu onorata con una statua che riprendeva aspetto e posa dell’imperatrice Livia. La meno ricca Giulia Felice, dopo il terremoto che precedette l’eruzione del Vesuvio, affittò una parte della sua bella casa, offrendo con un avviso di locazione un impianto termale raffinato, “degno di Venere” e “adatto a una clientela scelta”. La distruzione di Pompei del 79 d.C. distrusse anche i sogni di Giulia.

Statua di Eumachia da Pompei, edificio di Eumachia: Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Le Benefattrici

A fronte del divieto per le donne di partecipare alla vita politica, la ricchezza di mezzi portò ad una moltiplicazione di azioni di beneficenza: doni, lasciti, fondazioni, costruzioni e restauri di edifici pubblici, insomma tutto ciò che dava alle donatrici visibilità sociale per sé e per la famiglia, riassunto nel termine greco “evergetismo”. A Pompei, Eumachia si spendeva per la carriera del figlio, a Pola Salvia Postuma immortalò sé stessa e la famiglia nell’Arco d’ingresso alla città; a Cassino Ummidia Quadratilla restaurò l’anfiteatro. Fiumi di denaro venivano elargiti per opere pubbliche e programmi alimentari per gli indigenti, in una serie di atti benefici di cui erano protagoniste sia le matrone romane che le liberte arricchite. Il fenomeno abbracciava l’intero Impero, come mostrano es. in Lusitania (Portogallo) il tempietto a Bona Dea della liberta Iulia Saturnina, a Lione il monumento di Metilia Donata, che mise a disposizione della cittadinanza i suoi schiavi medici. A tanta generosità corrispondeva la massa di statue ed iscrizioni offerte alle donatrici, dietro alle quali c’erano uomini e famiglie importanti, che da tutto ciò traevano beneficio politico.

Arco eretto da Salvia Postuma, cd. “dei Sergii”, Pola in Croazia.

Le cristiane portarono la pratica della beneficenza a livelli mai raggiunti prima: fondarono ospedali, come Fabiola e Lea corrispondenti di S. Gerolamo, o in Asia Minore la diaconessa Olimpia(de). Molte aristocratiche abbracciarono una vita di ascesi e studio con connesse pratiche di evergetismo, sia donando interi patrimoni alla Chiesa per distribuire cibo ai poveri, sia fondando chiese e monasteri in Italia, Africa e Oriente. Almeno una citazione va alla nobile Melania Juniore, corrispondente di S. Agostino, le cui immense donazioni alla Chiesa suscitarono perfino una serie di cause legali da parte della famiglia; a Macrina Juniore, che vendette gli enormi beni di famiglia e costruì almeno due monasteri in Asia Minore. Autrice di un ricco epistolario purtroppo perduto, il fratello Gregorio di Nissa le dedicò la più bella agiografia della tarda antichità. Per riprendere le parole di Aline Canellis, queste donne “incarnano il precetto di Cristo “Va’, vendi tutto ciò che possiedi e dàllo ai poveri” (Mt. 19, 21).

Non stupisce che molte di loro siano state santificate dalla Chiesa.

Statua di S. Macrina del Colonnato Vaticano di Gian Lorenzo Bernini, Piazza S. Pietro.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Mariarosaria Barbera, Impronte di donna. Realtà femminili nell’antichità classica. Ed. Espera, Monte Compatri (RM) 2023.
  • Braito 2020: S. Braito, L’imprenditoria al femminile nell’Italia romana: le produttrici di opus doliare, Armariolum 2, Roma 2020.
  • A. Buonopane, F. Cenerini (cura), Donna e lavoro nella documentazione epigrafica: atti del I Seminario sulla condizione femminile nella documentazione epigrafica, Bologna, 21 novembre 2002, Faenza 2003.
  • F. Cenerini, F. Rohr Vio (cura), Matronae in domo et in re publica agentes: spazi e occasioni dell’azione femminile nel mondo romano fra tarda repubblica e primo impero. Atti Convegno di Venezia, 16-17 ottobre 2014, in Polymnia. Studi di storia romana 5, Trieste 2016.
  • C. D’Aloja, Il lavoro femminile, in A. Marcone (cura), Storia del lavoro in Italia. L’età romana. Liberi, semiliberi e schiavi in una società premoderna, Roma 2016, pp. 639-662.

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Redazione

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Un pensiero su “DONNE IMPRENDITRICI E BENEFATTRICI NELL’ETÀ ROMANA

  1. Complimenti all’autrice di questa sintetica ma esaustiva sintesi (che, sicuramente, scaturisce da un’attenta analisi delle fonti). Mariarosaria Barbera è SEMPRE una miniera inesauribile di dotte informazioni ed è sempre un grande piacere leggerla! Grazie per questa preziosa ‘perla’ di sapere!!!
    G.B.

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