IL FASCINO ANTICO DEGLI OROLOGI SOLARI – Parte 2
A completamento di quanto esposto su questo stesso argomento nella pubblicazione della “Parte 1 – Dalla protostoria alla caduta dell’Impero Romano” avvenuta il 01/12/2025, qui di seguito la seconda parte e le relative “Conclusioni”
di
Luigi VergelliParte 2 – Dal Medioevo ai nostri giorni
In seguito della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, anche la gnomonica non sfuggì alla generale decadenza delle arti e delle scienze. Solamente le Comunità Cristiane rimanevano interessate ad alcune elementari applicazioni della gnomonica in quanto per esse era essenziale stabilire la durata dell’anno e la scadenza delle Feste Religiose Mobili come la Pasqua e la Pentecoste.
Di conseguenza già nel VII secolo dell’era volgare si ebbe in tutta Europa un’eccezionale fioritura di Orologi Solari nati all’ombra dei campanili o nelle tranquille oasi claustrali. Il motivo di questo risveglio culturale si deve essenzialmente a San Benedetto e alla regola dell’ordine monastico da lui fondato. Infatti in questi ambiti monastici la scansione delle ore era fondamentale per la pratica liturgica delle preghiere, delle meditazioni e delle numerose attività imprenditoriali sinterizzate efficacemente nel famoso motto “Ora et Labora”.
Proprio lo sforzo teso ad essere rispettosi dei tempi della preghiera e del lavoro fece rinascere nel medioevo l’interesse per la gnomonica. La divisione del giorno in 12 ore diurne e 12 ore notturne del tempo degli antichi romani non era stata completamente dimenticata ma non si conoscevano più i mezzi per segnare le ore. Tale conoscenza fu in parte recuperata per merito del Venerabile Beda monaco dell’ordine ed uno dei pochi scienziati del suo tempo. Nella sua opera “De Natura Rerum” egli raccolse quanto gli fu possibile reperire sulla gnomonica dalle opere di Plinio e di altri autori antichi mentre in un’altra sua opera “libellus de mensura horologii” tracciò un profilo della scienza gnomonica ai suoi tempi .
In poche decine di anni sorsero in tutta Europa centinaia di conventi ed in ognuno di essi doveva trovar posto obbligatoriamente un Orologio Solare per permettere di assolvere al meglio ai dettami della Regola. Questo strumento era di facile attuazione e non richiedeva particolari abilità gnomoniche. Infatti poiché le Chiese dell’Ordine avevano sempre la facciata principale orientata ad Est, era sufficiente infiggere uno gnomone perpendicolarmente alla parete laterale rivolta a Sud e con l’aiuto di una funicella tracciare inferiormente un semicerchio dividendolo in parti opportune ciascuna delle quali rappresentava il tempo da dedicare alle varie attività di preghiera, di lavoro. di meditazione etc. (Fig. 12)

Sempre sugli orologi solari di queste Comunità Religiose fecero la loro prima comparsa brevi iscrizioni che, quasi primitivi messaggi pubblicitari a bene operare, sintetizzavano in poche parole l’intero programma della Comunità quali ad esempio “Ora et Labora” oppure “Pax et Bonum“. Questa abitudine non tardò a diffondersi oltre gli stretti confini claustrali e così fu quello l’inizio della consuetudine protrattasi fino ai giorni nostri di accompagnare sempre l’orologio solare con un motto, spesso in lingua latina, che, a seconda dei casi, può essere di monito, di incitamento a bene operare oppure semplicemente poetico.
Un secolo più tardi gli Arabi, a seguito della loro incredibile rapida espansione militare e culturale, diventarono in breve tempo la potenza egemone del Mediterraneo. Le raffinate conoscenze gnomoniche degli antichi Greci vennero tradotte in arabo e solo più tardi dall’arabo verranno tradotte in latino e riassorbite dalla cultura occidentale. Attorno all’anno 1000 d.C. gli Arabi furono i veri eredi e continuatori diretti della gnomonica greca, ideatori di un gran numero di utili e sofisticati strumenti legati alla gnomonica tra i quali forse il più famoso è l’Astrolabio (Fig.13). Solo nel periodo tra il IX e il XIV secolo ci hanno lasciato ben 15 raffinate opere di gnomonica raggiungendo già nel XIII secolo livelli di perfezione che l’Occidente non avrebbe superato nemmeno nel XVIII secolo epoca in cui l’Arte Gnomonica in Europa sarebbe giunta al suo apogeo.

Sempre attorno all’anno 1000 si realizza nel Battistero di Firenze (il bel San Giovannino di dantesca memoria) la prima Meridiana d’Italia ufficialmente documentata. Progettata per determinare la durata dell’anno tra due Solstizi Estivi (anno tropico) essa fu dismessa nei secoli successivi a causa di rifacimenti architettonici. Ai giorni nostri si è conservata solo l’antica pavimentazione di marmo con l’immagine del sole incastonata entro la Ruota dello Zodiaco.
Dopo le prime crociate e quindi verso il XIII secolo improvvisamente fece la sua comparsa un po’ ovunque in Europa l’orologio solare con lo gnomone non più ortogonale al suolo o alla parete bensì diretto verso il Polo Geografico e quindi parallelo all’asse di rotazione terrestre. Molto probabilmente questo ulteriore perfezionamento dell’Orologio Solare fu dovuto ai contatti dei Crociati con l’Islam. Per questo nuovo tipo di gnomone è stata adottata la denominazione di ”Polos” e da quell’epoca pressoché tutti gli Orologi Solari di un certo livello di precisione furono orologi a Polos.
Non vi era dunque più nulla da inventare; l’orologio solare aveva raggiunto almeno concettualmente la perfezione ed aveva assunto la sua forma definitiva, ma per la sua realizzazione pratica rimaneva ancora spazio per l’immaginazione che durante il Rinascimento e nelle epoche successive si sfrenò nelle fantasie più impreviste ed in creazioni sempre nuove e ricche di ingegnosità. La profusione e l’eleganza dei tracciati inducono a pensare che in alcuni casi la bellezza matematica delle linee abbia prevalso il più delle volte sull’utilità che ci si poteva aspettare da tali strumenti.
Tuttavia l’orologio solare aveva una grave limitazione: funzionava solo nelle ore diurne e quando il cielo non era coperto da nubi. È così che nel XIII secolo si assistette in Europa ad una singolare svolta sul modo di misurare le ore e ciò ancora una volta a seguito delle esigenze delle Comunità Religiose. Esse infatti avvertivano sempre più la necessità di dotarsi di congegni che consentissero loro di scandire il tempo in ogni situazione atmosferica. Gli artigiani-incisori che avevano prodotto sin ad allora strumenti astronomici e gnomonici di grande qualità come ad esempio gli Astrolabi, realizzarono una primitiva macchina in grado di mostrare su di un quadrante il fluire del tempo e contemporaneamente di annunziarne acusticamente gli intervalli: si trattava dello Svegliatore Monastico (Figg.14,15).


Questo congegno meccanico – azionato da un sistema di pesi e per il quale era richiesta la continua presenza di un incaricato (Temperatore) che doveva imprimergli la carica, in alcuni casi anche quotidianamente, assunse un ruolo fondamentale nella vita religiosa medievale provocando una rivoluzione di costume di non poco conto. A molti la novità sembrò un atto di arroganza dell’uomo per imbrigliare il tempo. Certamente il vedere quei pochi ingranaggi muoversi autonomamente a differenti velocità ed udire in tempi prescelti il suono della campanella, doveva riuscire sconvolgente. La loro diffusione fu immediata e divennero talmente noti che già Dante Alighieri ne parla in due diversi ed indimenticabili passi della Divina Commedia (Paradiso canto X 139 -144 e canto XXIV 13-15 ).
Tuttavia è solo agli inizi del XV secolo che si assiste alla nascita dell’Orologio Meccanico quale vero e proprio strumento concorrente dell’orologio solare, indipendente dalla Meccanica Celeste e dai Fenomeni Meteorologici.
Il primo documento italiano che menziona un Orologio Meccanico risale al 1305 e lo indica presente nel Convento di San Domenico in Orvieto. In breve tempo essi fecero la loro apparizione sulle torri civiche e sui campanili delle più importanti Comunità Civili e Religiose e raggiunsero livelli di complessità quasi inimmaginabili per quell’ epoca.
Nel 1344 Jacopo Dondi, il più famoso costruttore di orologi meccanici di tutti i tempi, costruì per la Torre dei Signori di Padova un’eccezionale orologio sul cui Quadrante si potevano leggere oltre alle ore, la posizione del Sole lungo lo Zodiaco, la data, il nome del Mese e la Fase Lunare.
Nel giro di qualche decina di anni si assistette quindi ad una sorprendente metamorfosi dell’orologio meccanico che di anno in anno diveniva sempre più complesso, quasi magico, per le eccezionali prestazioni che era in grado di offrire. Non più semplici e rudimentali congegni meccanici, ma macchine con Mostra a Planetario che esponevano per la pubblica comunità il Sistema Tolemaico con la Terra al centro cui facevano da corona il Sole, la Luna ed i Pianeti allora conosciuti. Come se ciò non bastasse numerosi orologi pubblici da torre vennero dotati di automi dalle forme umane che ad ore fisse suonavano una campana o uscivano a mo’ di processione da una porticina laterale. (fig. 16 e 17)


A questo punto potrebbe sembrare che le sorti dell’orologio solare fossero ormai segnate e che ci si avviasse verso un rapido declino delle realizzazioni gnomoniche. Le cose invece a quel tempo andavano ben diversamente. Infatti il presupposto di quei complicati congegni era che il movimento meccanico si mantenesse costantemente in sincronia con quello celeste; ma non era proprio così. In effetti il lento e progressivo usurarsi degli ingranaggi costruiti con leghe metalliche che all’epoca erano di scarsa qualità, e le forti escursioni termiche tra il giorno e la notte nonché tra le varie stagioni, li rendevano assai imprecisi e bisognosi di essere regolati quasi quotidianamente. Fu giocoforza quindi mantenere attiguamente alla macchina un qualsiasi indicatore solare (in genere una semplice Meridiana) per mezzo del quale sincronizzare quotidianamente/settimanalmente le lancette dell’orologio meccanico. Questo compromesso che abbinava leggere ombre fugaci a solide ruote dentate si è protratto fino a tempi molto recenti tanto che sono ancora molti i campanili che ospitano i due distinti sistemi di misura del tempo (Fig. 18).

A partire da quest’epoca, alla gnomonica venne sempre meno affidato il compito della semplice scansione delle ore e sempre più quello dell’accurata individuazione della durata dell’anno tropico e dei suoi quattro eventi caratteristici: i due Equinozi ed i due Solstizi.
Questo nuovo compito era legato anche alla sempre maggiore perplessità della comunità scientifica dell’epoca, sulla corrispondenza effettiva del calendario Giuliano (allora in vigore in tutto il mondo cristiano) con i Cicli Astronomici. Fu così che si diffusero le cosiddette Meridiane a Camera Oscura che si basavano sulla tecnica già adoperata qualche secolo prima nel Battistero di San Giovanni a Firenze e consistente in un piccolo foro operato in un punto opportuno di una cupola e tale da permettere di proiettare al Mezzogiorno Solare Locale l’immagine del Sole (un piccolo dischetto luminoso di qualche centimetro di diametro) lungo un tratto del corrispondente meridiano disegnato sul pavimento sottostante. Fu proprio con l’ausilio di questi strumenti che fu formulata la riforma del calendario Giuliano che il Papa Gregorio XIII nel 1582 propose di adottare a tutta la cristianità e che porta il nome di Calendario Gregoriano .
Al trascorrere dei secoli continuarono a crescere le spinte al perfezionamento degli orologi meccanici (una per tutti si pensi alla introduzione del pendolo a seguito degli studi sulla sua isocronia condotti da Galileo Galilei) soprattutto a causa degli sviluppi della navigazione conseguenti alla Scoperta delle Americhe. Infatti, come i navigatori ben sanno, per determinare con precisione la longitudine della posizione di una nave in mare aperto, è necessario conoscere con altrettanta precisione l’ora relativa ad un Meridiano di Riferimento. Questo avveniva quando si utilizzava la navigazione astronomica ed il “punto nave” si faceva ancora con l’ausilio del sestante. Attualmente con il posizionamento dei numerosi satelliti geostazionari, le coordinate geografiche di una nave in mare aperto vengono acquisite rapidamente e direttamente via radio.
Tuttavia si andò avanti ancora per secoli con l’uso degli orologi solari perché tutto sommato e malgrado le loro limitazioni, essi erano più precisi, meno costosi e generalmente più gradevoli esteticamente di quelli meccanici. Fu così che essi si moltiplicarono sia come strumenti portatili (Figg. 19 e 20), sia sulle facciate di chiese, di edifici pubblici e privati nelle forme suggestive ed artistiche che ancora oggi, per quelli che si sono salvati dalle ingiurie del tempo e degli uomini, continuano ad affascinarci (Fig. 21). Essi continuavano a segnare il Tempo Locale Vero della località dove erano situati; in particolare segnavano ad esempio il mezzogiorno quando il sole era a perpendicolo sul meridiano del luogo. Ma ciò significava che, ad esempio, quando per il sole era mezzogiorno a Roma, il mezzogiorno solare di Bari era già passato da circa 16 minuti mentre quello di Torino sarebbe arrivato circa 19 minuti più tardi, a causa della diversa longitudine di queste 3 città. Tale situazione non portava comunque particolari disagi alle varie comunità cittadine o rurali in quanto i mezzi di trasporto da una comunità all’altra sui quali viaggiavano persone, merci ed informazioni, avevano velocità massime comparabili con l’andatura di un cavallo o di un veliero.



Limitandoci agli avvenimenti italiani nella seconda metà del secolo XIX, con l’affermarsi di mezzi di trasporto e di comunicazione veloci quali la ferrovia e il telegrafo ed a seguito della realizzazione dell’Unità d’Italia, sul piano pratico non si potevano più mantenere orari locali disuniformi. Fu così che col Regio Decreto del 22 settembre 1866 si decise di adottare l’ora unica su tutto il territorio continentale italiano sincronizzandola con quella del meridiano di Roma: quando cioè il Sole era a perpendicolo sul meridiano della Capitale doveva intendersi “ope legis” che fosse mezzogiorno in tutte le località della Penisola.
Successivamente, a seguito di scambi culturali e commerciali sempre più estesi e di mezzi di comunicazione sempre più rapidi, si provò lo stesso disagio per l’adozione di ore diverse da parte di Stati limitrofi. Di conseguenza l’Italia, con Regio Decreto del 1 novembre 1893, aderì alla Convenzione Internazionale, tutt’ora in vigore, che divide il globo terrestre in 24 spicchi sferici di 15 ° angolari ciascuno o “Fusi Orari” ognuno dei quali comprende un gruppo di Stati che adottano convenzionalmente la stessa ora (Fig. 22). L’Italia ha quindi assunto l’ora relativa al Tempo Medio dell’Europa Centrale (TMEC) che fa riferimento al meridiano situato a 15° angolari ad Est di quello di Greenwich che, per Convenzione Internazionale, deve intendersi posizionato a 0°.

Poiché il suddetto meridiano passa per puro caso sulla vetta dell’Etna, si può dire che quando il Sole è a perpendicolo su di essa èconvenzionalmente mezzogiorno, limitandosi solo ad alcuni Stati europei, contemporaneamente per Italia, Svizzera, Germania, Danimarca, Svezia, Norvegia e Polonia nonché, per motivi pratici, anche per alcuni stati quali Francia, Belgio, Olanda e Spagna che dal punto di vista puramente geografico avrebbero potuto meglio riferirsi al Meridiano di Greenwich.
Di conseguenza, mentre variavano i riferimenti della cronometria e la tecnologia degli orologi meccanici metteva alla portata di tutte le borse strumenti sempre più precisi e meno ingombranti (gli orologi da tasca prima e quelli da polso poi) gli Orologi Solari rimanevano fedeli al loro Sole (quando non era offuscato dalle nubi), ma proprio così facendo, si allontanavano sempre più dalle esigenze pratiche della società moderna. Per queste ragioni dalla fine del secolo XIX gli strumenti solari cominciarono ad assumere una mera funzione ornamentale o peggio ancora in alcuni casi furono negletti al punto da risultare oggi quasi illeggibili o completamente cancellati.
Nel secolo XXI i progressi della cronometria hanno raggiunto livelli di eccellenza tali che attualmente gli orologi atomici (che utilizzano un oscillatore agganciato stabilmente alla frequenza di risonanza degli atomi di Cesio) come quello dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino che trasmette il segnale orario sul territorio nazionale, hanno una precisione tale da garantire uno scarto massimo di circa 1 secondo ogni 30000 anni.
Tuttavia già dal XX secolo gli orologi solari hanno riportato una piccola vittoria morale nei confronti dell’ipertecnologica cronometria atomica: ciò in conseguenza del fatto che questi superbi cronometri devono comunque mantenere necessariamente una sicura isocronia con le misure astronomiche. Proprio per questo la Comunità Scientifica Internazionale (Ufficio Internazionale Pesi e Misure) ha stabilito convenzionalmente che dal 1978 dovessero coincidere il conteggio astronomico e quello atomico del tempo. Ebbene da allora la Terra, quasi con un sussulto di orgoglio, ha imposto agli orologi atomici campione di aspettarla mediamente per circa 0,7 secondi/anno in modo che essi potessero rimanere in sincronia con il suo periodico appuntamento annuale con il Sole. Questo significa che il moto di Rivoluzione della Terra attorno al Sole sta rallentando a tal punto che dal 1978 ad oggi, il ritardo accumulato è di circa 32 secondi. (www.eratostene.vialattea.net)
Conclusioni
A partire dal XX secolo, gli Orologi Solari hanno praticamente esaurito il loro compito di strumenti insostituibili per la perfetta misurazione del tempo, ma nessuno può disconoscere che a loro sia rimasto, quasi in esclusiva, un compito forse meno importante ma più stimolante: quello di validi ed intriganti mediatori tra Astronomia, Geometria, Architettura, Arte e Poesia. Forse è per questo che ai nostri giorni, oramai affrancati dalla necessità di una conoscenza precisa del tempo per merito delle moderne tecnologie, ci lasciamo attrarre volentieri dal fascino di questi antichi strumenti. Essi ci permettono di assaporare di nuovo il naturale fluire del tempo e fanno ritornare alla mente, forse con un poco di nostalgia, l’epoca in cui l’appuntamento si dava “quando la tua ombra sarà lunga 10 volte il tuo piede” come faceva dire Aristofane – commediografo ateniese del V sec. a. C.- ad uno dei personaggi delle sue commedie (Praxagora nella commedia Ecclesiazuse ovvero l’Assemblea delle Donne).
BIBLIOGRAFIA
Per chi volesse approfondire la propria conoscenza in questo campo, possono essere utili i seguenti riferimenti bibliografici e siti internet di informazione/consultazione:
1.- Girolamo Fantoni, Orologi Solari, Trattato Completo di Gnomonica -Ed. Technimedia 1988
2.- Gian Carlo Rigassio, Le Ore e le Ombre, Meridiane e Orologi Solari -Ed. Mursia 1988
3.- Meridiane e Orologi Solari d’Italia – Ed. Edizionitalia 1997
4.- René R.J. Rohr, Meridiane,- Ed. Ulissedizioni, 1988
5.-Paolo Albèri Auber, L’obelisco di Augusto in Campo Marzio e la sua linea Meridiana – Estratto Rendiconti della Pontificia Accademia Romana di Archeologia, volume LXXXIV 2011-2012
6.- Mario Arnaldi, Tempus et Regula, Orologi Solari Medievali Italiani, Le Origini, La Storia, volume 1 – Ed. AMArte 2010
7.-Linda Perina e Renzo Zanoni, Meridiane Antiche e Moderne, Ed. DEMETRA S.r.l. 1996
8.-D.Calonico e R. Oldani, Il tempo è atomico. Breve storia della misura del tempo. Ed. Hoepli 2013
9.- Nicola Severino, Storia della Gnomonica. La storia degli Orologi Solari dall’Antichità alla Rinascenza.- Nuova Ristampa Roccasecca 2011.- independent.academia.edu/NicolaSeverinoGnomonica.
Siti Internet
