SERRARE LE FAUCI AL DRAGO: LE PITTURE DI SAN SILVESTRO A TIVOLI TRA CHIESA E IMPERO
Le pitture della chiesa di San Silvestro a Tivoli illustrano la storia politica della città allo scorcio del XII secolo
di
Chiara Paniccia, Storico dell’arte, Ministero della CulturaIl contesto geo-politico di Tivoli tra XI e XII secolo
A partire dall’XI secolo la crescita demografica di Tivoli, la sua espansione territoriale e la maggiore autonomia politica e militare si associavano al posizionamento ghibellino della città che tuttavia dovette assoggettarsi periodicamente alla Chiesa. Il territorio tiburtino risultava decisivo nello scacchiere geo-politico: esso è percorso da un nodo viario strategico da un punto di vista politico ed economico, la via Tiburtina-Valeria, arteria che valicava il confine tra Patrimonio di San Pietro e Regno d’Italia e che connetteva l’area romana con la Marsica e la Sabina.
Il costante clima di tensioni politiche determinò gli esiti della pittura tiburtina: un esempio eloquente riguarda le pitture di San Silvestro. L’assenza di dati certi per la loro cronologia ostacola la comprensione del ciclo che è stato oggetto di varie proposte di datazione, dall’XI secolo fino ad arrivare al Duecento maturo.
Le pitture dell’abside di San Silvestro

L’iconografia absidale aderisce a un tema romano e papale, di origine paleocristiana, quello della Traditio legis (Consegna della legge) commistionato alla rivelazione apocalittica: il Salvatore è incoronato regalmente dalla mano dell’Eterno e porge a san Pietro il rotolo con l’iscrizione: DOMINUS LEGEM DAT. Tale proposta figurativa è riconducibile alla decorazione absidale di San Pietro in Vaticano precedente al rinnovamento di Innocenzo III e di cui l’abside di San Silvestro potrebbe aver costituito una copia. Alla destra del Salvatore tiburtino, tuttavia, è san Paolo recante il cartiglio che cita la lettera di Paolo ai Filippesi 1,21 e che trova corrispondenza nell’immagine di Paolo nella più tarda formulazione dell’abside innocenziana di San Pietro in Vaticano. Ai lati della Traditio si dispongono le palme edeniche una delle quali accoglie la fenice (emblema romano e papale) mentre in basso scorre il fiume Giordano. Nel margine inferiore si dispiega un registro al cui centro è l’Agnello mistico, dal petto grondante di sangue, affiancato dai dodici agnelli che giungono dalle città di Gerusalemme e Betlemme.
Le fonti erudite segnalano analogie tra questa decorazione absidale e quella perduta che interessava San Pietro alla Carità.

Il registro inferiore a quello degli agnelli ospita la Vergine in trono con il Bambino, affiancata dai santi Giovanni Battista ed Evangelista e da sei profeti per ogni lato. A Davide e a Salomone, figure regali, è assegnata particolare enfasi come capofila dei profeti. La scelta di inserire l’immagine dei re veterotestamentari e di richiamarsi al popolo di Israele è strettamente correlata alla lotta per le investiture: Davide rappresenta il re unto da Dio che si redime.
Al centro dell’arco absidale in un clipeo è il Cristo benedicente, affiancato dai sette candelabri e dai ventiquattro vegliardi dell’Apocalisse, mentre nel margine superiore sono i simboli del quattro evangelisti: si tratta della Visione dell’Agnello mistico.
Sulle imposte dell’arco si dispongono alla sinistra l’Ascensione del profeta Elia; alla destra l’Incontro tra Abramo e Melchisedech.
Le storie di Silvestro e Costantino

Nel registro inferiore dell’emiciclo absidale si dispiegano quattro episodi della Vita Silvestri, la cui fonte sono gli Actus Silvestri, testo agiografico dedicato a papa Silvestro (314-335) e concepito non tanto per celebrare il santo quanto per tramandare la vita di Costantino, primo imperatore della cristianità a cui il papa avrebbe impartito il battesimo. Il testo riscrive la realtà storica del battesimo ariano di Costantino, al fine di ricondurre all’intervento del pontefice la conversione dell’imperatore e di creare un modello di rapporto tra potere secolare e spirituale.
A Tivoli il registro narrativo delle storie inizia da sinistra con: la Preparazione del bagno di sangue, il Battesimo di Costantino, la Disputa tra Silvestro e i rabbini, per terminare con Silvestro soggioga il drago.


L’ideatore del programma figurativo pone attenzione a episodi che esaltano il primato della Chiesa romana e la conversione dell’imperatore. Nel primo episodio Costantino ha le piaghe della lebbra e, mentre si sta dirigendo in Campidoglio affinché guarisca immergendosi in una piscina di sangue dei bambini, incontra le loro madri che si strappano capelli e vesti. La disperazione delle donne fa desistere Costantino dal proposito efferato.
La narrazione iconografica continua con l’imperatore immerso nella vasca del palazzo lateranense, pronto per essere battezzato e dalla quale uscirà convertito: guarirà da una lebbra fisica ma soprattutto morale. Alla sinistra di Costantino è san Silvestro che sta impartendo il sacramento accompagnato da due accoliti con una croce astile, in rappresentanza della Chiesa, mentre nel lato destro della scena si affrontano a chiasmo i rappresentanti dell’Impero.
Il drago sconfitto sul colle romano degli imperatori


Nel brano successivo è la disputa tra Silvestro e i rappresentanti della religione giudaica, evento avvenuto a Roma su suggerimento di Elena, madre di Costantino, che si era convertita al giudaismo e che aveva invitato il figlio a riconoscere il Dio dei giudei. A Tivoli è raffigurato l’episodio successivo a quello in cui uno dei rabbini aveva provocato la morte di un toro dopo aver pronunciato nell’orecchio dell’animale il nome segreto del suo dio. Al centro della scena sono Costantino e il toro: a esso si avvicina Silvestro che invoca il nome di Cristo e resuscita l’animale. Questo miracolo porta alla conversione di Elena, dei pagani e dei giudei che avevano assistito al miracolo. Si tratta quindi della rappresentazione del primato della Chiesa su paganesimo e giudaismo.
Infine Silvestro è raffigurato nella caverna: egli è colto nell’atto di sigillare le fauci del drago (che resteranno serrate fino al giorno del Giudizio) che abitava una caverna del Palatino, episodio che avrebbe provocato la conversione di ulteriori uomini.
Una committenza filopapale
Nelle pitture l’imperatore Costantino è paludato come Davide e Salomone e impugna la verga quale segno di potestà regia. Davide, Salomone e Costantino sono modelli regali sottoposti alla potestà divina.
Le pitture di San Silvestro manifestano un valore politico analogo a quello assunto dal Liber Censuum Romanae Ecclesie (la cui prima versione è datata al 1192), strumento di centralizzazione ecclesiastica in cui sono raccolte diverse tipologie di fonti tra cui le leggende che collegavano l’Urbe imperiale e in particolare costantiniana con la Roma papale, a suggerire la Chiesa quale erede della potestas imperiale. Negli stessi anni il nartece di San Giovanni in Laterano si rinnovava con le Storie di Silvestro e Costantino e ribadiva il primato della Chiesa di Roma attraverso l’epigrafe in cui la stessa Ecclesia parlante afferma di essere madre e capo di tutte le chiese.
All’interno del Liber sono contenute fonti riguardanti il rapporto tra Roma, Tivoli e l’impero, funzionali alle rivendicazioni territoriali del papato di XII secolo. Esse tramandano sia la memoria delle violenze perpetrate dai romani a Tivoli, sia alcune attestazioni documentarie sulla pertinenza di Tivoli al papato. Negli ultimi decenni del secolo XII il Comune di Roma rifiutava l’ingresso di Enrico VI nell’Urbe fino a quando i suoi uomini non avessero restituito al papa la città di Tuscolo. Sono questi gli anni in cui papa Celestino III cingeva l’area tiburtina acquisendo il controllo dei castelli circostanti per controllare l’accesso al Patrimonio di San Pietro(egli temeva l’acquisizione dei territori da parte dell’imperatore il cui obiettivo era l’unione tra Regno e Impero). Enrico VI intendeva eliminare la struttura feudale della Chiesa e attribuire all’Impero un potere universale, il papa d’altrocanto difendeva i propri diritti e titoli giuridici.
La politica di Enrico VI, sotto cui Tivoli aveva cercato protezione, procedette di pari passo al pontificato di Celestino III; il rapporto contrastato tra Chiesa e Impero perteneva principalmente i problemi di usurpazione territoriale e di libertà ecclesiastica e vedeva il pontefice e l’imperatore impegnati in trattative di pace talora intavolate a Tivoli, come avvenne nel 1196. Per tutte queste ragioni è possibile individuare nelle pitture di San Silvestro un programma figurativo filopapale ascrivibile nell’ultimo quarto del XII secolo e, con maggiore probabilità, negli anni Novanta, in concomitanza del clima di crescente tensione tra Chiesa e Impero e della riqualificazione ecclesiastica monumentale dell’asse viario della via Tiburtina.
Per la committenza delle pitture andrebbe valutato il ruolo della militanza ecclesiastica locale, cioè della politica episcopale tiburtina che, dal 1179 al 1210, vedeva quale protagonista il vescovo Milone, figura di cui si conservano rare notizie nonostante egli abbia occupato la cattedra vescovile per più di 30 anni.
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