La violenza contro le donne: una storia lunga quanto il potere – Parte I

La violenza contro le donne: una storia lunga quanto il potere – Parte I

La violenza contro le donne è spesso interpretata come fenomeno emergenziale o devianza individuale. L’articolo propone una lettura di lunga durata, collocando la violenza di genere all’interno della genealogia storica del patriarcato. Dopo aver analizzato il sistema di controllo della riproduzione e della discendenza, il contributo esamina la sua sacralizzazione in ambito cristiano, ripercorrendo le vicende storiche che portarono alla costruzione della donna come veicolo del male sino alla nascita dei movimenti femministi.

Una sezione specifica è dedicata all’emancipazione delle donne in Italia sino al dibattito contemporaneo sul consenso nel diritto penale. La violenza di genere emerge così come prodotto strutturale di un sistema storico, non come sua patologia.

di 
Maria Luisa Nava, già Dirigente MIC

Introduzione. La violenza di genere come problema strutturale

La violenza contro le donne continua a essere trattata prevalentemente come un fenomeno emergenziale, riconducibile a comportamenti individuali devianti o a crisi relazionali. Questa interpretazione, tuttavia, risulta insufficiente sul piano storico e antropologico. La violenza di genere non è un’anomalia del sistema sociale, ma una delle sue modalità di funzionamento laddove il potere è organizzato in senso patriarcale. L’obiettivo di questo lavoro è ricostruire, in sintesi, la genealogia storica della violenza contro le donne, mostrando come essa sia radicata nella lunga durata del patriarcato, inteso non come dato naturale, ma come costruzione storica.

PARTE I

L’organizzazione delle società patriarcali: controllo della riproduzione e violenza

Le ricerche archeologiche e antropologiche indicano che il dominio maschile non costituisce un dato universale né originario. La svolta si colloca con la sedentarizzazione e la costruzione di centri abitati stanziali (villaggi), avvenuta durante il Neolitico. La stabilizzazione dei gruppi umani avvenne a seguito della scoperta dell’agricoltura e dell’allevamento, che comportò anche l’accumulo di surplus di beni (in particolare di derrate alimentari, in gran parte cereali) e la nascita della proprietà privata: in questo contesto, il controllo della riproduzione diventa cruciale per garantire la trasmissione dei beni e dello status. Di conseguenza, il corpo femminile assume una centralità politica: controllare la sessualità delle donne significa controllare la discendenza. In questa prospettiva, la violenza emerge come strumento strutturale di disciplina e deterrenza, funzionale alla stabilità del sistema.

Cristianesimo e sacralizzazione del dominio maschile (San Paolo e tradizione patristica)

Con il cristianesimo, il patriarcato non viene messo in discussione, ma tende a essere inscritto in un ordine teologico. La subordinazione femminile non è più soltanto un fatto sociale: viene letta come conseguenza dell’ordine morale e della storia della salvezza. Eva diventa il paradigma della colpa; la donna è associata alla carne, alla sessualità, alla tentazione e, in molte declinazioni, all’azione del male. All’interno del cristianesimo delle origini, l’epistolario di San Paolo – in particolare con le lettere ai Corinzi e la loro ricezione – gioca un ruolo decisivo nel definire gerarchie e ruoli di genere, soprattutto in relazione alla disciplina del corpo e all’ordine comunitario (ad es. 1 Cor 11; 1 Tim 2). La ricerca contemporanea ha mostrato come, dietro la fissazione normativa, siano leggibili conflitti reali sulla presenza pubblica delle donne e sulla loro autorevolezza profetica e liturgica.

Ipazia di Alessandria: repressione del sapere femminile

L’uccisione di Ipazia di Alessandria nel 415 d.C. costituisce un caso emblematico di repressione del sapere femminile. Filosofa neoplatonica, matematica e astronoma, Ipazia godeva di un’autorità pubblica che sfuggiva al controllo ecclesiastico maschile.

Hypatia, Ch. Mitchell
Hypatia, Ch. Mitchell, 1885. Olio su tela, Laing Art Gallery, Newcastle upon Tyne.

La sua libertà di pensiero, mal tollerata da Cirillo vescovo di Alessandria, unitamente alla sua vicinanza a Oreste, prefetto di Egitto e in aperto contrasto con Cirillo, le costarono la vita, che le venne tolta in modo estremamente sanguinario ed efferato da una folla feroce, istigata da Cirillo.
Le fonti tardoantiche descrivono un linciaggio brutale; al di là delle contingenze politiche locali, l’evento segnala un messaggio strutturale: una donna sapiente, autonoma e autorevole è percepita come minaccia.
La sua grande sapienza, che l’aveva posta a capo della scuola filosofica di Alessandria, e la vicenda cruenta del suo omicidio sono esposte nel racconto di Socrate Scolastico (Hist. eccl. 7.15).

Medioevo e predicazione: Bernardino da Siena e la costruzione dell’allarme morale

Tra XIV e XV secolo, la misoginia cristiana esce dagli ambiti dottrinali e giuridici per diventare discorso pubblico, veicolato dalla predicazione. In questa fase si costruisce il consenso sociale che rende praticabile la persecuzione. Bernardino da Siena (1380–1444) rappresenta un caso centrale: la predicazione in volgare davanti a folle numerose insiste su un immaginario che associa il femminile alla lussuria, all’inganno e al disordine morale, facilitando la traduzione del sospetto in mobilitazione sociale.

San Bernardino da Siena
San Bernardino da Siena, Cristofano dell’Altissimo, 1569. Galleria degli Uffizi, Firenze. Serie Gioviana, Inv. n. 2965.

La figura della guaritrice/erbaria, sottratta a controllo istituzionale maschile, diventa un bersaglio privilegiato di stigmatizzazione. L’ostinazione con la quale Bernardino (che era stato indagato dall’Inquisizione come possibile eretico, pur uscendone assolto) perseguiva le donne “sapienti” e indipendenti appare evidente nel suo particolare accanimento contro Matteuccia da Todi. Infatti, nel 1426 Bernardino si recò a Todi dove si dedicò in special modo a perseguire l’operato di Matteuccia di Francesco, una guaritrice divenuta molto nota, definita nella sentenza del processo che la portò sul rogo nel 1428 “incantatrix” e “striga”, come l’aveva stigmatizzata proprio Bernardino nelle sue prediche. I documenti che attestano lo svolgimento del suo processo sono conservati nell’Archivio Comunale di Todi.

Alle soglie del Rinascimento: il Malleus Maleficarum e la codifica della violenza

La pubblicazione del Malleus Maleficarum nel 1486–87 segna una svolta: non inventa la misoginia cristiana, ma la sistematizza e la rende operativa, consolidando un dispositivo che rende la violenza giudiziaria ripetibile.

Malleus Maleficarum
“Malleus Maleficarum”, Copertina della settima edizione,  Cologne 1520 (The University of Sydney).

Pubblicato a seguito di una bolla emessa da Innocenzo VIII nel 1484 “Summis desiderantes affectibus” con la quale il papa autorizza gli autori (i domenicani Heinrich Kramer e Jacob Sprenger) a perseguire il delitto di stregoneria in Germania, il Malleus Maleficarum è in effetti un manuale che codifica le modalità di riconoscimento delle streghe, stabilendo che si tratta soprattutto di donne, in quanto “mas occasionatus” (cioè maschio mancato). Lo stesso termine “femmina” deriverebbe – secondo l’interpretazione personale degli autori – da “fe+minus”, cioè da una “fede minore”. Il testo, poi, stabilisce meticolosamente anche le torture alle quali sottoporre gli inquisiti affinché ammettano le loro colpe, in modo particolare il sodalizio con il diavolo, soffermandosi in modo particolare sui riti malefici e sui congiungimenti carnali osceni che le (e gli) accusate/i avrebbero ripetutamente compiuto con il demonio.
Il testo essenzializza la colpa femminile (le donne sarebbero più inclini al male), sessualizza il demoniaco (il demonio opera soprattutto attraverso il desiderio e il corpo femminile) e normalizza pratiche coercitive (tortura e confessione) come strumenti di verità processuale.
Il Malleus Maleficarum, pur non essendo mai stato adottato ufficialmente dalla Chiesa, divenne il manuale più diffuso presso gli Inquisitori e rimase in uso sino alla metà del XVII secolo.

L’Italia della Controriforma: i Borromeo, le persecuzioni e il progetto di Hexenturm

Nel contesto italiano, la persecuzione per stregoneria assume intensità differenziate, ma la seconda metà del XVI secolo – in piena Controriforma – mostra un irrigidimento in cui disciplinamento pastorale e controllo sociale tendono a intrecciarsi. Le visite e le iniziative riformatrici fortemente misogine di Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano costituiscono un caso altamente significativo; recatosi in visita pastorale nella Val Mesolcina fece arrestare per stregoneria più di 150 persone. Molte di loro vennero torturate e 12 donne e il prevosto vennero condannati ad essere arsi sul rogo (1583): questo episodio è frequentemente citato come esempio di spietata repressione connessa al clima religioso del tempo.
In ambito ambrosiano, la tradizione (pur con problemi di documentazione puntuale) riferisce che Federico Borromeo (cugino di Carlo alla cui morte, avvenuta nel 1584, successe e che resse la diocesi sino al 1631) pensò di destinare a Milano una struttura detentiva specifica per accusati di stregoneria – un Hexenturm – sul modello mitteleuropeo. Federico aveva individuato nella c.d. “Torre dell’Imperatore”, il luogo da adibire a tale scopo.

Torre dell'imperatore Milano
Stampa del 1792 che rappresenta la Torre dell’Imperatore e l’edificio ad essa connesso. Si trovava a Milano lungo la Cerchia dei Navigli e venne destinata a divenire Hexenturm da Federico Borromeo.

Anche se il progetto non venne mai realizzato per la sua scomparsa (1631), il dato è rilevante perché segnala la volontà di istituzionalizzare la persecuzione come funzione ordinaria di governo.
Nonostante ciò, il Cardinale Federico è ricordato dal Manzoni ne “I promessi sposi” per il suo mecenatismo (fondò la Biblioteca Ambrosiana e l’annessa Pinacoteca donandovi le sue importanti raccolte di manoscritti e opere d’arte), suoi numerosi atti di carità e soprattutto il suo prodigarsi per i sofferenti durante la peste che colpì Milano nel 1630.

Bibliografia parte I:

Brown, Peter. Il corpo e la società. Uomini, donne e astinenza sessuale nel cristianesimo antico. Torino: Einaudi, 1992.

Broedel, H. P. The Malleus Maleficarum and the Construction of Witchcraft: Theology and Popular Belief. Manchester: Manchester University Press, 2003.

Ginzburg, Carlo. The Night Battles: Witchcraft and Agrarian Cults in the Sixteenth and Seventeenth Centuries. Translated by John and Anne Tedeschi. Baltimore: Johns Hopkins University Press, 1983.

Meeks, Wayne A. The First Urban Christians: The Social World of the Apostle Paul. 2nd ed. New Haven: Yale University Press, 2003.

Montesano, Marina. Caccia alle streghe. Roma: Salerno Editrice, 2012.

Mormando, Franco. The Preacher’s Demons: Bernardino of Siena and the Social Underworld of Early Renaissance Italy. Chicago: University of Chicago Press, 1999.

Osiek, Carolyn, and Margaret Y. MacDonald, with Janet H. Tulloch. A Woman’s Place: House Churches in Earliest Christianity. Minneapolis: Fortress Press, 2006.

Watts, Edward J. Hypatia: The Life and Legend of an Ancient Philosopher. Oxford: Oxford University Press, 2017.

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