Tivoli e Garibaldi
In un testo del patriota Emilio Dandolo si evidenzia il comportamento delle truppe garibaldine, che passarono a Tivoli due volte nel 1849, in difesa della repubblica romana, e una volta nel 1867, durante l’infelice spedizione su Roma.
di
Roberto Borgia

Un interessante spaccato sul comportamento delle truppe garibaldine ci è offerto da Emilio Dandolo (Varese 1830 – Milano 1859), patriota e militare, che partecipò col fratello Enrico alle Cinque giornate di Milano e alle eroiche vicende del battaglione dei bersaglieri di Luciano Manara, fino alla difesa di Roma, dove fu ferito a Villa Spada il 30 giugno 1849 e dove morì il fratello Enrico. Pubblicò nel 1849 a Torino il libro I volontari ed i bersaglieri lombardi. Seguì poi la spedizione piemontese in Crimea e nel 1855 fu costretto dall’Austria a ritornare a Milano, in quanto era ufficialmente un cittadino austriaco. A Milano rimase sorvegliato dalla polizia. Malato gravemente di tisi, morì nel 1859, poco prima che la Lombardia venisse liberata. I suoi funerali, a Milano, assunsero spiccate connotazioni antiaustriache. Fu tumulato, su disposizione delle autorità austriache nel tentativo di evitare disordini, nel camposanto di Adro, in provincia di Brescia:
«Il 4 sera [maggio 1849] noi uscimmo nascostamente da Villa Borghese, e marciammo fino a Tivoli dove arrivammo la mattina del 5. Accampammo nella magnifica villa Adriana, ed i cento fuochi che brillavano fra quelle rovine e nei sotterranei producevano uno spettacolo bizzarro e fantastico. Ad accrescer forza alla stranezza dei luoghi e delle circostanze concorreva l’originale aspetto d’un campo di Garibaldi. Garibaldi e il suo Stato Maggiore sono vestiti in blouses scarlatte, cappellini di tutte le fogge, senza distintivi di sorta. e senza impacci di militari ornamenti. Montano con selle all’americana, pongono cura di mostrare grande disprezzo per tutto ciò che è osservato e preteso con grandissima severità dalle armate regolari. Seguiti dalle loro ordinanze (tutta gente venuta d’America) si sbandano, si raccolgono, corrono disordinatamente in qua e in là, attivi, avventati. infaticabili.

Quando la truppa si ferma per accamparsi a prender riposo, mentre i soldati affasciano le armi, è bello vederli saltar giù da cavallo e attendere ciascuno in persona, compreso il Generale, ai bisogni del proprio corsiero. Finita quest’operazione, sciolgono in tenda la sella (fatta appositamente così) né più pensano a sé. Se dai vicini paesi non poterono aver viveri, tre o quattro Colonnelli e Maggiori saltano sul nudo cavallo ed armati di lunghi lazzos s’avventano a carriera per la campagna in traccia di pecore o di buoi; quando ne hanno raccolti una buona quantità, tornano spingendosi innanzi il malcapitato gregge; ne distribuiscono un dato numero per compagnia, e poi tutti quanti, ufficiali e soldati, si mettono a scannare, squartare, ed arrostire intorno ad immensi fuochi i quarti di bue, i capretti, i porcellini, senza poi contare le minutaglie dei polli, delle oche, ecc.
Intanto Garibaldi sta, se il pericolo è lontano, sdraiato sotto la sua tenda; se invece il nemico è vicino, egli è sempre a cavallo a dar ordini e visitare gli avamposti; spesse volte vestito da contadino, si avventura egli stesso in ardite esplorazioni; più sovente, seduto su qualche cima dominante, passa le ore col cannocchiale ad interrogare i contorni. Quando la tromba del Generale dà avviso di apprestarsi alla partenza, gli stessi lazzos servono a pigliare i cavalli che si erano lasciati liberi nelle praterie. L’ordine di marcia è stabilito fin dal dì precedente, e il Corpo si avvia senza che nessuno mai sappia dove si arriverà il giorno dopo. D’una semplicità patriarcale e forse un po’ spinta, Garibaldi rassembra più ad un capo di tribù indiana che ad un Generale; ma quando s’avvicina ed incalza il pericolo, allora è veramente mirabile per coraggio ed avvedutezza; ciò che gli manca per esser buon Generale, egli sa in parte compensarlo colla sua stupenda attività.

La legione di Garibaldi, forte di circa mille uomini, era composta del più disordinato accozzamento d’uomini diversi. Giovinetti di 12 o 14 anni chiamati dal più nobile entusiasmo o dalla naturale inquietezza, vecchi soldati riuniti dal nome e dalla fama del celebre condottiero di Montevideo e, in mezzo a questi, molti di coloro che cercano nella confusione della guerra impunità e licenza, ecco di chi era formato quel Corpo veramente originale».
A questo proposito ricordiamo che Tivoli venne in contatto tre volte con le truppe garibaldine: due nel 1849, quando Garibaldi accorse alla difesa della Repubblica Romana (5 maggio) e quando fu costretto alla ritirata dopo la caduta di essa (3 luglio) e l’altra nel 1867, quando fu tentata l’infelice spedizione su Roma.
La lapide nella facciata laterale dell’ex chiesa di Santa Maria dell’Oliva, all’inizio dell’attuale viale Arnaldi, ricorda il secondo passaggio di Giuseppe Garibaldi a Tivoli. L’iscrizione fu dettata da Giuseppe Radiciotti (1858-1931), insegnante e valente musicologo, primo presidente della Società Tiburtina di Storia e d’Arte.

Inoltre, si ha notizia che sotto il maestoso olmo che si trovava all’altezza dell’attuale “alberone”, si riposò il generale Garibaldi il 3 luglio 1867. L’olmo fu tagliato il 16 giugno 1936. Nell’ incisione (colorata) dell’anno 1828 del moriconese Luigi Prosseda (1780-1860) la porta Santa Croce (e non Santacroce) che fu abbattuta con la dinamite nel 1900 per motivi di viabilità, nonostante i blocchi di travertino che la componevano fossero stati numerati, affinché la porta potesse essere ricostruita in altro luogo, cosa che non è mai avvenuta.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- RAFFAELE DEL RE, Tivoli e il Risorgimento (1899), Tivoli 2024.
- ROBERTO BORGIA, Storia di Tivoli ad uso degli studenti (di prossima pubblicazione).
- FILIPPO ALESSANDRO SEBASTIANI; Viaggio a Tivoli antichissima città latino-sabina fatto nel 1825. Lettere di Filippo Alessandro Sebastiani. Diviso in due parti. Foligno 1828 (elaborazione di Roberto Borgia).
