Tivoli e la scienza. Emilio Segrè premio Nobel per la Fisica
Emilio Gino Segrè è stato uno dei più importanti fisici del Novecento, e un pioniere della fisica nucleare. Anche se visse a lungo negli Stati Uniti, mantenne sempre un legame profondo con Tivoli, sua città natale
di
Maria Antonietta Tomei con Franco Buccella (Fisico Teorico, Università di Napoli Federico II)
L’infanzia a Tivoli
Di recente l’Amministrazione Comunale di Tivoli ha intitolato la Balconata di Viale Cassiano a Emilio Segrè, il fisico tiburtino premio Nobel nel 1959.

Leggendo la sua corposa autobiografia mi sono sorpresa nel vedere che il legame del fisico con Tivoli fu molto più stretto di quanto credessi: “La Tivoli della mia infanzia prima della Prima Guerra Mondiale è molto diversa da quella di oggi, ma è la Tivoli dei miei primi ricordi quella a cui sono “imprinted” e che ha avuto un’influenza importante sui miei gusti e sulla mia vita” .
Nato a Tivoli nel 1905 in un villino di Viale Niccolò Arnaldi, in una famiglia dell’alta borghesia ebraica, Emilio, detto Pippi, ci visse fino al 1917, quando si trasferì a Roma, continuando però a frequentare Tivoli e mantenendo uno stretto legame affettivo con la città natale, citandola spesso nelle sue memorie come il luogo delle sue radici.
Il padre era proprietario della Società delle Cartiere Tiburtine, ma fu anche Amministratore, non pagato, di Villa d’Este; per questo Emilio passò buona parte dell’infanzia nei giardini estensi e fu un grande amico del figlio del giardiniere. Alla madre Amalia Segrè, Tivoli ha intitolato una strada, per la sua attività benefica e per la sua tragica fine, vittima dei nazisti.
Il villino di viale Arnaldi
Vivere l’infanzia a Tivoli significò per il giovane Emilio essere immerso in un paesaggio dove la potenza della natura incontrava la storia millenaria dei monumenti romani; questo ambiente contribuì a stimolare precocemente la sua curiosità intellettuale.
Dal villino di viale Arnaldi, dove visse, si godeva una straordinaria vista sulla campagna Romana, allora semideserta: “All’orizzonte si scorgeva la cupola di San Pietro, più vicino la pianura attraversata dall’Aniene, e in essa si riconoscevano i cipressi della villa di Adriano e il Sepolcro dei Plauzi. A destra c’erano i due cocuzzoli coronati dei paesi sabini di Montecelio e Sant’Angelo. Più vicino, l’occhio si riposava sul grigio e argento degli ulivi che rivestivano le pendici di Tivoli. Era una vista imponente che variava moltissimo secondo l’ora, il tempo e la stagione, ma aveva caratteri permanenti di tragica grandiosità.”
Tivoli al tempo di Segré

Emilio fu educato dalla famiglia abbastanza severamente: quando era ancora a Tivoli, a 12 anni, fu mandato dal padre da un falegname, perché imparasse a usare le mani e si esercitasse nei lavori manuali.
Nella biografia riferisce che quando usciva dal cancello inferiore di Villa d’Este, aperto su via del Colle, per andare alla cartiera del padre, era assai turbato dal contrasto tra il vialetto della villa, silenziosissimo e tappezzato di muschio verde smeraldo, che sembrava un tappeto persiano, e il “puzzo, fango e rumore della via del Colle”.

Nel viale dove era l’abitazione della famiglia Segrè, vivevano altri importanti tiburtini: nella villa vicina abitava la famiglia di un altro famoso fisico tiburtino, Marcello Conversi; entrambe le case si affacciavano sulla balconata panoramica, di recente intitolata al fisico:“Subito sotto la casa c’era un bel viale alberato con grandi olmi, la passeggiata serale dei tiburtini; le foglief cambiavano colore secondo le stagioni…..; in autunno formavano sul viale un tappeto dorato… Sento ancora nel ricordo l’odore delle foglie secche e della pioggia fresca… In un piccolo tabernacolo c’era una Madonnina a cui i Tiburtini chiedevano grazie.” Ma di questo splendido luogo ancora quasi campestre, dove “passava piacevoli ore sulle falde di Monte Ripoli”, Segre’ potè descrivere la distruzione: “Tuttavia la Tivoli dei miei tempi non esiste più e se le mura di casa sono sempre lì, tutto il resto è sparito.Paesaggio, strade, giardino, vicinato. Oggi (1987) lo scempio del paesaggio è orrendo: speculazione, incuria ed edilizia inetta hanno distrutto molto della bellezza della zona.”
Il trasferimento a Roma nel 1917
La famiglia Segrè si trasferì nel 1917 da Tivoli a Roma, dove si era spostata l’attività del padre, che lasciò nella cartiera di Tivoli un direttore tecnico. Emilio, che aveva dodici anni, scrive: “ Il trasloco segnò un profondo cambiamento nella vita della nostra famiglia…. Per la mamma ed anche per me lasciare Tivoli fu un gran dispiacere. Papà per consolare la moglie mantenne però il villino. La mamma era stata a Tivoli per oltre 30 anni; aveva le sue amiche e le sue abitudini…. Anche per me lasciare gli amici, i giochi all’aperto e gli spazi per i miei esperimenti non fu piacevole. Per consolarci passavamo a Tivoli lunghi periodi in autunno e in primavera.”
Il trasloco a Roma, la fine della guerra e l’ingresso nella scuola media, segnarono un nuovo periodo per la sua vita, anche se per lunghi periodi Segrè continuava a soggiornare nella città natale: “E in autunno poi si andava a lavorare nella casa di Tivoli, anche con Amaldi. Ci stabilivamo nel nostro villino….e dopo le ore di studio andavamo a fare passeggiate sotto gli oliveti per il viale di Carciano. Se per caso qualche volta pioveva, seguiva il sereno con la chiara, fresca e profumata aria del primo autunno”.
L’incontro con Enrico Fermi

Iniizialmente iscritto a Ingegneria, dopo aver incontrato Enrico Fermi nel 1927, Segrè passò alla facoltà di Fisica, diventando il primo studente a laurearsi sotto la supervisione di Fermi nel 1928.
Insieme a Edoardo Amaldi, Franco Rasetti e Bruno Pontecorvo, Segrè divenne uno dei pilastri del gruppo di Via Panisperna. Qui partecipò alle storiche ricerche sui neutroni lenti, che gettarono le basi per lo sviluppo dell’energia nucleare e per le quali Fermi ricevette il Nobel nel 1938.
La scoperta del Tecnezio e l’esilio

Nel 1935, Segrè ottenne la cattedra di Fisica all’Università di Palermo, dove si trasferì con la famiglia. Ma numerosi erano gli amici tiburtini, alcuni divenuti famosi, con i quali continuava ad avere contatti; nella autobiografia, ad esempio, racconta che a Palermo si portò i mobili dello studio che aveva a Roma., disegnato dal suo amico tiburtino,l’architetto razionalista Alfredo Scalpelli, fratello del pittore Adolfo, che in epoca fascista aveva partecipato anche alla progettazione di Sabaudia.
Fu a Palermo che compì una delle sue scoperte più celebri: nel 1937, analizzando un campione di molibdeno inviatogli da Ernest Lawrence da Berkeley, isolò il Tecnezio, il primo elemento chimico prodotto artificialmente, riempiendo un vuoto fondamentale nella tavola periodica.Tuttavia, il 1938 fu l’anno della rottura. Mentre si trovava in California per motivi di studio, in Italia vennero promulgate le leggi razziali dal regime fascista. Essendo ebreo, Segrè fu licenziato dall’università e impossibilitato a tornare in Italia; decise di restare negli Stati Uniti, stabilendosi a Berkeley.
Il Progetto Manhattan e il Nobel

Durante la Seconda Guerra Mondiale Segrè divenne una figura centrale del Progetto Manhattan a Los Alamos. Il suo contributo fu determinante per la scoperta del Plutonio-239, dimostrando che questo elemento era fissile e quindi utilizzabile per la bomba atomica. Dopo la guerra, tornò alla ricerca pura. Nel 1955, insieme a Owen Chamberlain, riuscì a sintetizzare e identificare l’antiprotone, confermando sperimentalmente l’esistenza dell’antimateria prevista da Paul Dirac. Per questa scoperta Emilio Segrè fu insignito del Premio Nobel per la Fisica nel 1959.
L’eredità e il ritorno ideale

Nonostante la cittadinanza americana, Segrè, come abbiamo visto, non dimenticò mai l’Italia, né la sua Tivoli. Negli anni del soggiorno americano tornò spesso in Italia e mentre era a Berkeley la moglie e il primo figlio rimanevano quasi sempre a Tivoli.
Ricordando la casa di viale Arnaldi dice: “Tre sono le case a cui sono stato affezionato in vita mia, e la prima è quella di Tivoli…. Infatti avevo ricordi felici… della casa paterna in cui ero tornato molte volte e che per me era un tranquillo porto“.
Ci resta la notizia, tra le altre, che nel marzo 1959 partecipò ad una premiazione di vecchi operai alle Cartiere Tiburtine e gli fu chiesto di consegnare le medaglie. “Mi fece molto piacere che si pensasse a me.”, annota modestamente.
Segrè e le Terme Acque Albule

Il luogo di Tivoli più amato da Emilio Segrè, nominato e ricordato molte volte nel libro, con nostalgia e rimpianto, sono certamente le Terme delle Acque Albule, da lui frequentate assiduamente fin da bambino: “D’estate, oltre che a Villa d’Este, andavo spesso con la signorina Maggini (Enotria Maggini fu per anni la sua maestra) a fare il bagno alle Acque Albule, uno stabilimento balneare sulfureo a una decina di chilometri da Tivoli”.
Anche durante i soggiorni a Roma tornando dall’America, racconta: “Per cercare refrigerio presi ad andare quando potevo a fare il bagno allo Stabilimento Termale sulfureo delle Acque Albule; lo conoscevo fin dall’infanzia e il luogo mi richiamava cari ricordi. Anche l’odore di idrogeno solforato, sgradevole per molti, mi piaceva!”
E ancora: “In tutti i miei soggiorni romani cercavo sempre di inserire qualche bagno alle Acque Albule. Era per me una specie di pellegrinaggio nel tempo. Prendevo l’autobus vicino alla Stazione ferroviaria di Roma e presto si raggiungeva la via Tiburtina, irriconoscibile dai tempi in cui l’avevo percorsa in tram, prima della prima guerra mondiale e poi in automobile prima della seconda. Ora era congestionata dal traffico e aveva perso molto della sua bellezza, ma a tratti se ne riconosceva ancora l’antica nobiltà. Arrivato alle Acque Albule mi divertivo a usare documenti che mi identificavano come tiburtino e pertanto mi davano diritto ad una tariffa ridotta. …… Lo stabilimento termale non era molto cambiato dai tempi in cui lo frequentavo con la mia maestra elementare. Dietro lo stabilimento vedevo in lontananza Tivoli…… Riconoscevo bene la nostra casa, fuori del paese, nonché i cipressi di villa d’Este e i tetti della cartiera. Lo zolfo di quell’acqua faceva bene alla pelle sia fisica che psichica.
Se fosse ancora vivo, Segrè sarebbe certamente addolorato e forse incredulo nel sapere che le Terme Acque Albule di Bagni di Tivoli, alle quali tanto era stato legato in tutta la sua vita e che considerava un luogo identitario della città, oggi, nel silenzio generale, potrebbero essere destinate dall’Amministrazione a essere totalmente privatizzate, con la cessione della quota pubblica della storica Azienda Termale, pari al 60%.
Segrè e Don Nello
Segrè dice di aver conosciuto nella sua vita almeno due “santi”, per i quali la religione era ispirazione e guida. Uno era “Don Nello Del Raso che, dopo la seconda guerra mondiale, mosso dalle tragedie che vedeva tra i bambini abbandonati, fondò a Tivoli una “Casa del fanciullo” e la guidò fino alla sua morte.” Il fisico aggiunge di aver conosciuto Don Nello più o meno per caso, ma fin dal primo incontro divennero amici. “Egli aveva un fascino straordinario e attirava chiunque gli si avvicinasse: bambini abbandonati, proprietari terrieri, scienziati miscredenti, attori del cinema, devoti fedeli, tutti avevano subito l’impressione di aver trovato in lui un padre, un fratello amoroso, un amico fidatissimo. “
Emilio Segrè morì negli Stati Uniti, a Lafayette, Louisiana nel 1989. Oggi la città di Tivoli lo ricorda con orgoglio: in suo onore è posto il ritratto di bronzo a piazza Garibaldi; a lui è intitolato il Liceo Scientifico statale della città; porta il suo nome la balconata di viale Niccolo Arnaldi. Tivoli ha degnamente onorato il ragazzo nato tra le cascate e le cartiere dell’Aniene, poi diventato uno degli architetti della fisica moderna.
Per saperne di più:
EMILIO SEGRE’, Autobiografia di un Fisico, ed. Il Mulino, 2025, pp. 1- 417, con bibliografia

Al di là degli straordinari risultati scientifici, la vicenda di Emilio Segrè rappresenta il destino di un’intera generazione di studiosi italiani costretti all’esilio dalle leggi razziali del 1938. L’Italia si privò così di uno dei suoi più grandi talenti proprio nel momento in cui avrebbe potuto contribuire in modo decisivo allo sviluppo della ricerca scientifica nazionale. La sua storia dimostra come la libertà di pensiero sia una condizione essenziale per il progresso della scienza e come ogni forma di discriminazione costituisca non solo un’ingiustizia morale, ma anche un grave impoverimento culturale e civile per un Paese.
Emilio Segrè resta una figura esemplare non soltanto per i suoi fondamentali contributi alla fisica delle particelle, culminati con il Premio Nobel, ma anche per il rigore intellettuale, la passione per la ricerca e la capacità di trasformare le avversità della storia in una straordinaria testimonianza di impegno scientifico e umano.
Grazie, Antonietta, per questo interessante articolo. L’ho letto con piacere e ho trovato molte informazioni che finora mi erano sconosciute. A presto, Heinz Beste
Davvero interessante anche per la visione del cambiamento del territorio attraverso gli occhi di Segre, che sem rano rima ere quelli di un fanciullo innamorato di Tivoli e quindi turbato dalle trasformazioni convulse. Grazie Antonietta!
Mi ha fatto particolarmente piacere leggere il contributo di Maria Antonietta Tomei su Emilio Segrè perché mi ha riportato alla mente alcune figure alle quali ero legato nella mia infanzia: anzitutto la maestra Enotria Maggini, che insieme alle sorelle Egeria e Tanisia, anche lei maestra, era dirimpettaia della famiglia di mio nonno materno, Andrea Persili, al secondo piano del palazzo di viale Mannelli 14. Ricordo la maestra Maggini per la sua gentilezza e la sua distinzione. Alle elementari Emilio Segrè era stato compagno di una sorella di mia nonna Lina, Margherita Martini, che poi per tanti anni avrebbe svolto la funzione di capoturno negli uffici della società Telefonica Tirrena, la famosa Teti che qualcuno ricorderà. Zia Margherita diceva che la madre del fisico, la signora Amelia Treves, era una donna di grande bontà. Infine, venendo ai giorni nostri, volevo ricordare che la seconda moglie di Emilio Segrè, la signora Rosa Mines, rimase legata a Tivoli anche dopo la morte del marito, tanto che, per amara sorte, morì investita da un’auto proprio nella nostra città, nel 1997.
Molto bello e interessante, in particolare la rievocazione di una Tivoli che non c’è più.
Una biografia tratta da una autobiografia potrebbe sembrare a prima vista un semplice riassunto dell’opera più ponderosa di riferimento ed invece non è così. Intanto perché essa mira a mettere in evidenza il rapporto emotivo tra lo scienziato e Tivoli sua città natale e poi perché sa mescolare sapientemente brevi passi dell’opera di riferimento ad informazioni e stati d’animo che traspaiono tra le righe della autobiografia e che fanno riferimento alla città di Tivoli ed ai suoi dintorni. La figura di Emilio Segre diviene quindi quella di un tiburtino non banalmente per “jus soli”, ma per “jus animi” se mi si passa questo neologismo; una figura dunque di cui tutti i tiburtini possono dire con orgoglio “è stato uno di noi”! Complimenti agli autori per averci ricordato, con piacevole lettura, che se a volte possiamo sembrare “superbi” come da copione virgiliano, qualche motivo non ci manca!
Emilio Segrè non era solo un fisico di primo piano a livello mondiale, ma anche, grazie ai genitori e soprattutto alla madre Amalia, uomo di notevole cultura. Fin da bambino studiava diverse lingue e leggeva la letteratura classica e moderna. Fece anche un periodo di apprendistato con un falegname di Tivoli, perché il padre voleva che conoscesse anche la cultura del lavoro manuale.
Amava Tivoli, il suo paesaggio, i monumenti, e in particolare le terme Acque Albule. Da uomo che viaggiava molto si rendeva conto che si trattava di gioielli di inestimabile valore. Si può quindi capire il suo sconcerto quando, tornato a Tivoli nel 1987, osservava:… “lo scempio del paesaggio è orrendo: speculazione, incuria ed edilizia inetta hanno distrutto molto della bellezza”….
E non era ancora arrivato il peggio. Ci fu lo scempio di Ponte Lucano che sollevò indignazione a livello nazionale: nel 2012 una speciale puntata della serie Il Capitale su RAI 3 diretta da Philippe Daverio fu dedicata ai “danni arrecati alle straordinarie bellezze di Tivoli…da una classe politica inetta e incompetente sempre pronta a sacrificare il patrimonio ambientale storico culturale e artistico in nome di qualsivoglia interesse particolare e di bottega”.
Ed oggi siamo sempre là. Tivoli si appresta a vendere le terme Acque Albule che possiede da millenni, affidandole per sempre a privati, con i gravi rischi che questa decisione comporta.
Conoscevo in generale la personalità di Emilio Segre’ e la sua importanza per la fisica del Novecento, ma non avevo idea dei suoi legami così stretti con Tivoli. La lettura dell’articolo è stata anche occasione per venire a sapere della prospettiva di privatizzazione delle Terme Acque Albule, che mi sembra grave e da contrastare assolutamente. Né, purtroppo, è un fatto isolato, ma si inserisce in tutto un clima di sventata dismissione di pezzi del patrimonio pubblico, tanto più sciagurata quando si tratta di beni identitari – e le Acque Albule, per Tivoli, lo sono eccome. Si vorrà tenerne conto?
Da questo e dai numerosi contributi precedenti emerge sempre più il ruolo importante che Tivoli ha rivestito nell’ambito della cultura italiana. Non solo monumenti ma personalità di grande spicco emergono dalle memorie di questa città che meriterebbe di recuperare almeno in parte l’attenzione di noi tutti. Ora apprendiamo che lo scempio non sarebbe ancora del tutto compiuto e la notizia di una privatizzazione dello stabilimento delle Acque Albule tenuta finora sotto traccia anche dalla stampa più illuminata fa pensare che il profitto potrebbe ancora una volta avere la meglio. Che dire: scempio del territorio e privazione dei diritti al godimento dei propri beni millenari del cittadino comune! Speriamo non sia che un’idea malsana che va comunque combattuta prima che si affermi e improvvisamente le cose accadano! Complimenti alla redazione di Vidya che ha il coraggio da tempo di allargare i suoi interessi alla conoscenza e salvaguardia di un territorio che lo merita per il suo passato e le sue risorse così identitarie!
Leggere questa accurata disamina dedicata a Emilio Segrè rappresenta un’opportunità di grande valore, perché consente di avvicinarsi con rigore e profondità alla figura di uno dei più importanti protagonisti della fisica del Novecento. È proprio attraverso contributi come questo che si può accrescere la conoscenza di uno scienziato il cui straordinario percorso umano e scientifico merita di essere sempre più conosciuto e valorizzato.
L’auspicio è che questo articolo possa avere la più ampia diffusione possibile, contribuendo a far conoscere a un pubblico sempre più vasto l’eredità culturale e scientifica di Emilio Segrè.
Sono stato particolarmente lieto di condividere l’emozione dell’intitolazione del Belvedere a Emilio Segrè insieme al Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi, in un momento ricco di significato che ha rappresentato anche un sentito ricordo del compianto Gianni Andrei.
Tornando all’articolo, desidero esprimere un sincero ringraziamento a Maria Antonietta Tomei per questa preziosa ricostruzione, capace di accompagnare il lettore alla scoperta della vita, dell’opera e del contributo scientifico di Emilio Segrè con competenza, chiarezza e autentica passione.
Articolo sul premio nobel Segrè molto interessante, ho dei parenti a Tivoli e ci vengo spesso. Fin da quando ero molto piccola mia nonna mi portava alle terme delle acque albule, che mi piacevano molto. Pensare che non siano più le terme di Tivoli mi dispiace e spero che non avvenga.
Veramente una rievocazione toccante e ben fatta! Complimenti agli autori che ci hanno immerso in una realtà d’altri tempi! Una sola sottolineatura: come può permettersi il Comune di Tivoli di cedere le Acque Albule che appartengono ai tiburtini? Una vergogna immensa!
Già altri prima di me hanno commentato degnamente questo interessante articolo. Voglio solo ricordare che le Acque Albule furono donate da Pio IX nel 1863 alla cittadinanza tiburtina e non agli amministratori tiburtini pro tempore che non si devono quindi permettere di alienare questa risorsa. Già avete permesso che vengano chiamate impropriamente Terme di Roma! Vergogna, vergogna, vergogna!
Già altri prima di me hanno commentato degnamente questo interessante articolo. Voglio solo ricordare che le Acque Albule furono donate da Pio IX nel 1863 alla cittadinanza tiburtina e non agli amministratori tiburtini pro tempore che non si devono quindi permettere di alienare questa risorsa. Già avete permesso che vengano chiamate impropriamente Terme di Roma! Vergogna, vergogna, vergogna!
Le terme devono rimanere pubbliche!!!!!!!!!!!!!Perchè regalare beni pubblici ? il cmune non può regalare beni comuni. Le terme sono dei cittadini, non del sindaco.
Segré non avrebbe mai capito- né solo concepito – la privatizzazione delle terme delle Acque albule. Ma anche lui già parlava di paesaggi deturpati o cancellati.
Il legame affettivo che ognuno ha con certi posti è forte. Non credo di sbagliare dicendo che le acque albule abbiano questo valore per molti, che magari le ricordano ancora come Bagni di Tivoli.
Come si può ridurre tutto ad un bene di consumo? Come si può subordinare ogni cosa al profitto? Come è possibile essere così folli da non capire che le Acque albule sono un bene prezioso, unico per la salute del corpo ma anche e soprattutto dell’anima? Devono essere di tutti.
Nella nella massima considerazione che nutro per lo scienziato Emilio Segrè ritengo ristabilire e manifestare alcune perplessità sulla sua figura, in particolare riferimento al legame con la città natale. È nato a Tivoli ma nella propria città rimase pochi anni Infatti Prima andò a studiare a Roma e poi si trasferì negli Stati Uniti e
apparteneva alla famiglia che aveva impiantato una Cartiera sopra e dentro il tempio di Ercole vincitore, costruendo sovrastrutture industriali e alterando molte strutture originali.
Come scienziato Al di là delle sue scoperte in campo nucleare non può sottacersi l’impegno che ebbe nella costruzione delle prime bombe atomiche. Fece parte del progetto Manhattan il cui responsabile era Oppenheimer partecipando
ai primi esperimenti della bomba atomica denominato Los Alamos nello stato del Nuovo Messico.
Per questo ritengo che per la città di Tivoli nulla ha fatto e la sua fama non è riconducibile alla propria città natale.
Vedere ai privati il gioiello delle Acque Albule sarebbe un imperdonabile torto ai cittadini di Tivoli
Ho conosciuto il prof. Segrè nel 1974, era tornato in Italia dopo che era andato in America per via delle leggi razziali. Aveva l’incarico di fare un anno conclusivo all’Università per terminare il suo corso d’insegnamento così bruscamente interrotto nel 1938. Aveva fatto parte del cosiddetto “gruppo dei ragazzi di Via Panisperna” assieme a Fermi, Amaldi, Majorana, Pontecorvo ed altri. Avevano scoperto in quello che era stato un convento alcune proprietà dei neutroni lenti, lavoro che valse ma Fermi il premio Nobel per la Fisica nel 1938.
Il professore Segrè tenne quindi il corso di Fisica Nucleare alla Sapienza quell’anno 1974-75, mi iscrissi al suo corso e feci quell’esame con lui. Non gli avevano dato una segretaria, cosa che lo lasciò molto stupito, perciò alla fine dell’anno chiese a noi studenti chi gli potesse battere a macchina il programma da lui svolto, me ne incaricai io. Ricordo che rimase molto infastidito dal fatto che non ero abbastanza veloce a scrivere a macchina sotto dettatura, esclamò ad un certo punto “ma cosa vi insegnano a scuola?”
Nella facoltà di Fisica non era molto considerato, un professore mi disse così:”Ha preso il premio Nobel solo perché era il direttore di laboratorio a Berkley”.
Era chiaro che non aveva molti amici in facoltà, ma non se ne lamentò mai, piuttosto non gli andava a genio come fossero fatte le cose, certo in America aveva conosciuto una organizzazione migliore.
Aveva scritto un libro in italiano “Nuclei e particelle” edizione Zanichelli, su cui studiammo per l’esame.
Fra gli aneddoti che raccontava c’era l’intuizione che dava Fermi dell’importanza esagerata dei neutroni nelle reazioni nucleari. Per le reazioni riguardanti l’Uranio disse che Fermi aveva capito che tutto si giocava sui neutroni e perciò dava una grande attenzione affinché non si sprecassero neutroni negli esperimenti, disse così: “sembrava che li pagasse, che gli costasse vari dollari a neutrone.”
Mi sembra che fu da lui che udii per la prima volta la storia di “sora Cesarina”. Era una signora che faceva le pulizie alla sede in Via Panisperna, la quale pare avesse detto a Fermi che pulendo lo scopettone nella vaschetta posta nel cortile, si riempiva il buco dello scolo con pezzi d’immondizia. La signora lamentava che in questo modo perdeva tempo perché ci voleva molto di più perché l’acqua scolasse via. Fermi afferrò l’idea e risolse il problema del rallentamento neutronico. Le particelle, infatti, quando venivano prodotte, risultavano con una velocità troppo elevata perché potessero essere usati nelle reazioni nucleari. Infatti non erano assorbiti, ma semplicemente attraversavano gli atomi che colpivano, a causa dell’eccessiva velocità. L’idea che gli venne dalla sora Cesarina fu quella di interporre un ostacolo che come l’immondizia rallentasse la velocità.
Aveva uno spirito particolare, un giorno ci disse che era stato invitato ad un compleanno e lo descrisse così: “oggi vado ad un compleanno che è quasi un funerale, il festeggiato fa novant’anni”.