L’ANIMA DEL BERNINI TRA I GRANDI BACINI ESTRATTIVI DEL LAPIS TIBURTINUS

L’ANIMA DEL BERNINI TRA I GRANDI BACINI ESTRATTIVI DEL LAPIS TIBURTINUS

A Guidonia Montecelio lo storico Casale che ospitò il genio del Barocco romano

di
Vincenzo De Gennaro, Architetto e Editore di Vidya it

C’è un luogo, nel cuore della piana estrattiva che unisce Tivoli e Guidonia, dove il tempo sembra essersi fermato, nonostante il fragore dei moderni macchinari da cava.

In località Le Fosse, all’interno di un’area industriale dominata dai maestosi bacini di Travertino, sorge il Casale Bernini, conosciuto anche come Casale Nuovo, per distinguerlo dal Casale Vecchio, il cinquecentesco Casale del Barco. La storia di questo imponente edificio racconta un’epopea che affonda le radici nel Barocco Romano, quando il Lapis Tiburtinus serviva a edificare i sogni di gloria dei Sommi Pontefici del seicento.

La costruzione del Casale e il legame con Gian Lorenzo Bernini

Gianlorenzo Bernini, Autoritratto

Fu edificato nella prima metà del Seicento, inglobando al suo interno una struttura di età romana in opus caementicium, nell’area centrale dell’attuale distretto estrattivo significativamente denominata Le Fosse, per rifornire del miglior Travertino la costruzione del Colonnato di Piazza San Pietro, con le sue sculture e le sue fontane. Il Casale serviva infatti da centro logistico per l’estrazione del Lapis Tiburtinus dalle vicine cave, al fine di essere utilizzato nei cantieri della Reverenda Fabbrica di San Pietro e delle grandi fabbriche romane dei palazzi del clero e delle piazze monumentali barocche. Era altresì destinato ad alloggiare le maestranze che lo estravano, nonché lo stesso architetto Gian Lorenzo Bernini, che vi soggiornò frequentemente per supervisionare personalmente la scelta e il taglio dei blocchi di Travertino. Pare infatti che il Casale fu realizzato proprio su disegno o indicazioni del celebre architetto dei Papi.

Il colonnato e le fontante di San Pietro

Le Torrette-garitta della Colonia penale

In epoca pontificia, il complesso fu riutilizzato anche come colonia penale per i condannati ai lavori forzati, impiegati nella dura attività di estrazione e prima lavorazione dei blocchi nelle vicine cave di travertino. A testimoniare questo passato di reclusione rimangono evidenti tracce architettoniche: ai lati del Casale Bernini sono infatti ancora visibili le Torrette-garitta. Queste strutture di guardia erano posizionate ai due angoli diagonalmente opposti dell’edificio per dominare l’intera area e azzerare i punti ciechi. Strette feritoie garantivano la massima protezione ai gendarmi e, al contempo, permettevano una vigilanza costante sulle maestranze al lavoro nelle cave. Oggi le Torrette restano come due maestose sentinelle in muratura a presidio del Casale, quale importante testimonianza di storia sociale e archeologia industriale del settore estrattivo.

Una delle torrette controllo all’angolo del casale

Il “Telegrafo Naturale” nella Logistica del Travertino

Il casale in una foto storica

Un caratteristico elemento architettonico e funzionale del Casale Bernini è la sua Torre colombaia, una infrastruttura di comunicazione strategica per l’epoca.

Nel Lazio del ‘600, possedere una colombaia di grandi dimensioni era un segno di prestigio economico e controllo sul territorio, oltre che un diritto spesso riservato a poche famiglie nobiliari o ai grandi enti ecclesiastici, come la Reverenda Fabbrica di San Pietro. La Torre garantiva ai piccioni una visibilità ottimale, una traiettoria di decollo e atterraggio priva di ostacoli e la necessaria sicurezza dai predatori terrestri.

Il trasporto dei blocchi di travertino dalle cave di Guidonia/Tivoli a Roma, un tragitto di circa 30 chilometri, era allora un’operazione titanica. I blocchi venivano caricati su pesanti carri trainati da buoi fino al fiume Aniene, per poi essere imbarcati su zattere e risalire il Tevere fino al porto di Ripetta, o direttamente al cantiere del Vaticano. In questo contesto, la colombaia del Casale Bernini azzerava i tempi di viaggio delle informazioni relative allo stato di avanzamento dei lavori e alla spedizione dei blocchi di travertino estratti, legando dei messaggi alla zampa di un piccione viaggiatore che volava tra il casale e Roma in appena 20-30 minuti.

La Torre aggiunta nel XX secolo

La torre aggiunta nel XX secolo

Negli anni Trenta del Novecento e sino alla Seconda Guerra Mondiale, il Casale Bernini fu utilizzato come osservatorio aeronautico, con funzioni di avvistamento antiaereo e di supporto alle attività di ricerca e sperimentazione in collegamento con l’Aeroporto militare “A. Barbieri” di Guidonia Montecelio, grazie anche alla sua posizione elevata e in asse con la pista di decollo e atterraggio degli aerei. A tal fine, alla torre esistente fu addossata una seconda torre di servizio che contiene ancora oggi la scala interna per raggiungere il terrazzo di copertura della torre originaria, sulla cui sommità si trova ancora l’apertura circolare che accoglieva il meccanismo ingegneristico per effettuare importanti misurazioni di voli aerei sperimentali, i cui motori venivano messi a punto nella celebre galleria del vento del leggendario Centro Sperimentale della Regia Aeronautica di Guidonia Montecelio. Erano gli anni delle famose trasvolate oceaniche di Italo Balbo, uno dei momenti più alti della storia dell’Aviazione italiana e mondiale.

Visione aerea delle torri del casale

La Scuola rurale del dopoguerra

Prima della moderna espansione delle attività estrattive, il Casale Bernini ha vissuto la sua trasformazione più significativa per la comunità, diventando il fulcro della vita sociale locale e rispondendo al bisogno fondamentale di alfabetizzazione e coesione sociale del territorio. Fino agli anni Settanta del secolo scorso la struttura ha ospitato le primissime classi scolastiche del territorio, accogliendo i bambini delle aree rurali in un’epoca di ricostruzione e transizione.

Oggi questa esperienza di scuola rurale rimane impressa in modo indelebile nella memoria storica degli anziani del posto, custodi del ricordo di un luogo che ha saputo trasformarsi nei secoli da spazio di fatica e reclusione ad avamposto di futuro e di cultura.

Il Vincolo Monumentale

Per la sua lunga storia, nata con lo sviluppo delle attività estrattive del Travertino per le seicentesche opere della Basilica Petrina in Vaticano, e per il notevole valore architettonico e culturale che esso ancora oggi rappresenta, il Casale Bernini con le sue torri è stato sottoposto a Vincolo Monumentale da parte della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, che nel 2019 ne ha decretato l’interesse storico-artistico del bene culturale ai sensi dell’art. 10, comma 3, lettera a) del D.Lgs. 42/2004, il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

I Progetti futuri

Il futuro del Casale Bernini svilupperà intorno a una visione strategica in grado di conciliare la salvaguardia del Bene Culturale, la modernizzazione gestionale e la profonda valorizzazione dell’identità storica e culturale del luogo. Nei prossimi anni la società proprietaria intende avviare un organico intervento di restauro e rifunzionalizzazione del complesso, volto a insediarvi i propri uffici amministrativi. Questa scelta consentirà di centralizzare la governance aziendale in una sede di assoluto prestigio.

Parallelamente, il progetto di recupero intenderà salvaguardare l’anima comunitaria e culturale del Casale. Si vorrebbe infatti mantenere e potenziare la sua storica vocazione di berniniana tradizione con una Scuola di formazione tecnico-artistica, destinata a diventare un punto di riferimento per la crescita professionale e artistica nel settore lapideo.

Si propone altresì di farne la sede di un futuro Ecomuseo del Travertino, presidio fondamentale per la tutela, la memoria e la valorizzazione della lunga tradizione estrattiva, in combinazione con le attività museali civiche di Tivoli e Guidonia Montecelio, con l’obiettivo di garantire che il Casale Bernini continui a essere un polo vivo, aperto alla collettività e trainante per la cultura del Territorio.

Bibliografia

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D. DE REVILLAS, Diocesis et Agri Tiburtini Topographia, carta del 1739, riprodotta in A. P. FRUTAZ, Le carte del Lazio, II, Roma 1972, pp. 82-85.

I. BELLI BARSALI, M.G. BRANCHETTI, Ville della Campagna Romana, Roma 1975, pp. 318-319.

G. MEZZETTI, Riviviamoli insieme. Viaggio storico-fotografico attraverso il nostro territorio, 1800-1900, Tivoli 1983, p. 285.

Z. MARI, – Moscetti, F. Il patrimonio archeologico e storico-ambientale del comune di Guidonia Montecelio, Guidonia 1992.

Z. MARI, La cava del Barco e la piana delle Acque Albule nell’antichità, in M. GIARDINI (a cura di), Il travertino. Aspetti naturalistici e sfruttamento industriale all’inizio del terzo millennio, Atti del Convegno sul tema, Tivoli 2002, pp. 89-118, specie p. 107.

Z. MARI, La cava romana del Barco: stato attuale e prospettive di valorizzazione, in “Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte” LXXVII, 2004, pp. 201-230, specie p. 220.

C. Calci, (a cura di) Roma oltre le mura. Via Tiburtina. La strada del fiume, Catalogo della mostra (Tivoli, Scuderie Estensi, 9-14 dicembre 2005), Roma.

Osservatorio Nazionale per la Qualità del Paesaggio.Carta Nazionale del Paesaggio, Roma: Gangemi Editore.2017

A. Cardaci, – Paudice, A. Memoria, territori e produzione: leggere e raccontare lo spazio “cavato”, in Atti del Convegno Internazionale ReUSO 2024.

Giovanni Morello “Giovan Lorenzo Bernini. Il padron del mondo” ‎ Edizioni Musei Vaticani 2026

L. Cherubini, Cento Casali sconosciuti intorno a Roma, Roma 2026

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Vincenzo De Gennaro

14 pensieri su “L’ANIMA DEL BERNINI TRA I GRANDI BACINI ESTRATTIVI DEL LAPIS TIBURTINUS

  1. È una pagina poco conosciuta ma molto interessante della storia del territorio tiburtino. Valorizzare luoghi come il Casale Bernini significa ricordare il ruolo fondamentale che le cave di travertino ebbero nella costruzione della Roma barocca. Sarebbe auspicabile che questo patrimonio sottoposto a vincolo monumentale dalla Soprintendenza, fosse sempre più studiato. Complimenti quindi agli autori di questo testo.

  2. L’argomento è di grande interesse per la comunità Tiburtina: la funzione stessa dell’edificio nel corso della storia e la posizione centrale nell’area estrattiva lo legano indissolubilmente al travertino, una risorsa che da sempre ha rivestito grande importanza per Tivoli e ha contribuito a farla conoscere nel mondo. Dopo le alterne fortune del Casale e dei suoi immediati dintorni ( non dimentichiamo i resti della villa romana a suo tempo oggetto di vincolo archeologico, successivamente intercettati pesantemente dalle escavazioni per estrarne il travertino!), ritengo che il monumento meriti una chance: il restauro e la riqualificazione rispettosa delle strutture possono dare nuova vita al Casale e al contempo consentirne la rifunzionalizzazione compatibile con l’identità dell’edificio e della sua storia.

  3. Grazie per questo prezioso contributo!
    Trovo semplicemente fantastico il suo progetto quale atto di restituzione culturale al territorio capace di unire la memoria del passato alla formazione delle maestranze di domani.
    Un ponte perfetto tra la maestosità della nostra storia e il futuro dei nostri giovani.
    Elvira Felli

  4. Una storia che intreccia cultura, memoria e identità del territorio. Meriterebbe certamente l’attenzione di una trasmissione di approfondimento.

  5. Leggere la storia del Casale Bernini è stato di grande interesse. L’articolo ci fa ricordare il passato, approfondire la storia di questo edificio dimenticato e abbandonato per anni. Ora con il progetto di riqualificazione ci sarà un’inversione di tendenza. Valorizzare questo luogo, questo monumento sarà di sicuro un arricchimento per il territorio. Grazie per il bel contributo e complimenti all’autore!

  6. Grazie per il prezioso contributo storico e culturale su un argomento poco conosciuto. Abbiamo necessità sul nostro territorio di iniziative come questa per valorizzare le numerose bellezze culturali nascoste e da recuperare. Il legame tra la pietra del travertino , Tivoli,Roma e la nostra millenaria storia culturale è fin troppo dimenticata e va dato merito a chi lo ricorda , a chi lo studia ma soprattutto a chi con fatti concreti lo valorizza per renderlo fruibile alla nostra comunità.

  7. Un articolo interessantissimo per noi tiburtini che a volte domentichiamo o non conosciamo il valore e la storia del nostro territorio.
    Grazie Vincenzo per questa ricerca e questo studio che hai condotto per valorizzare e far conoscere questa area.
    Marco

  8. Leggendo l’interessante ricostruzione storica delle numerose vicende legate al Casale Bernini di cui io personalmente avevo una vaga e limitata conoscenza, ci si rende conto di come in quei luoghi sia possibile estrarre non solo l’apprezzato “lapis tiburtinus” ma anche importanti elementi utili per arricchire la nostra memoria storica e la cultura ad essa legata. Ma ancora più importanti sono i progetti veramente encomiabili che l’Arch. Vincenzo De Gennaro intende sviluppare e portare a compimento. Il restauro del bel casale, il suo utilizzo per la gestione aziendale, per una Scuola e per un Museo riportano un poco di spirito rinascimentale/umanistico in un ambiente in cui la dura fatica non ha mai lasciato troppo spazio alla salvaguardia ambientale e ad altre iniziative. Il mio personale augurio, e penso anche quello di molti altri che apprezzeranno tale tipo di iniziative, affinchè il tutto si possa realizzare presto e bene a vantaggio della cittadinanza tutta!

  9. I grandi casali sono uno degli aspetti principali dell’assetto storico e del paesaggio della Campagna Romana, ed è quindi con grande interesse che apprendiamo del progetto di restauro e valorizzazione del casale Bernini, che, come descrive l’arch. De Gennaro, ha grande valore storico, oltre che architettonico e paesaggistico. E’ una grande fortuna che il casale sia ora nelle mani di un proprietario che ne apprezza l’importanza, e intende usarlo in conformità con la sua funzione culturale, arricchendo il territorio che lo circonda e indirettamente valorizzando la produzione dello stesso “lapis tiburtinus”.

    Purtroppo ben poco rimane di quello che fu la Campagna Romana, descritta da scrittori ed artisti di tutta Europa tra il XV e il XX secolo. I tentativi fatti da amministrazioni sensibili, come la Provincia di Roma negli anni novanta, di conservarne un lembo nella parte più intatta, la fascia pedemontana tra Tivoli e Palestrina, sono falliti, bocciati dagli interessi immediati di chi puntava a guadagni cospicui basati su cemento e discariche.

    In questo contesto non stupisce che i grandi casali e ville rinascimentali del nostro territorio abbiano subito un triste destino. Così è successo per il Casale del Barco (Tivoli) presso l’Aniene, base delle battute di caccia della famiglia d’Este e dell’aristocrazia romana, fondato su quel che nel Cinquecento era detta la Romandia, una grande foresta lungo l’Aniene, ricca di selvaggina. Sebbene sia vincolato, per la sua importanza architettonica (notevole il grande salone a volte con camino), sembra destinato a crollare sulla sottostante cava. Ancora peggiore è forse la situazione della Villa Catena (Poli), tra le principali residenze cinquecentesche dell’Agro Romano, con esteso parco, e facciata decorata da una fontana. Costruita dai Conti di Poli, fu descritta dall’umanista Annibal Caro. Fu poi dei Torlonia che la vendettero nel 1971 a De Laurentis, che vi visse con Silvana Mangano. Ora è in mano ad una società immobiliare, e, sebbene sia vincolata, va in rovina. Il comune di Poli ha più volte richiesto al ministero competente e alla regione Lazio l’acquisizione pubblica, ma senza risultato.

    L’iniziativa dell’arch. De Gennaro è particolarmente importante in considerazione dell’incombente
    problema dell’uso delle cave di travertino dismesse, che si potrà fare con sensibilità e intelligenza, oppure in modo brutale, sulla scia di quanto accade nella Terra dei Fuochi, come già temeva, in una audizione del 2010, il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli dott. Luigi De Ficchy.

  10. L’articolo del Direttore Vincenzo De Gennaro è un prezioso contributo alla conoscenza del Casale Bernini. La ricchezza delle informazioni, il rigore della documentazione e l’attenzione ai dettagli restituiscono al lettore non solo la storia di un luogo, ma anche la sua identità più profonda.
    Il Casale Bernini è un tema che seguo con passione da sempre e che, proprio di recente, ho voluto esplorare ancora, lasciandomi guidare da un percorso sospeso tra sogno e realtà. In queste pagine, però, il sogno lascia spazio alla concretezza dei fatti, all’osservazione diretta e alla forza della ricerca, offrendo una testimonianza che rende quel luogo vivo e tangibile.
    E poi c’è il silenzio. Quel silenzio che avvolge il Casale e che non è assenza, ma presenza. È il silenzio della memoria, capace di dare voce alle pietre, agli alberi, ai profili del paesaggio. In quei momenti sembra che il tempo si fermi e che il genio di Gian Lorenzo Bernini sia ancora lì, discreto e immortale, a vegliare sul luogo che continua a custodire la sua impronta. È questa la forza dell’articolo: trasformare la storia documentata in un’esperienza che il lettore sente e quasi riesce a vivere.

  11. Se si riuscisse veramente a realizzare il progetto descritto nell’articolo con le sue finalità di formazione e di fruizione sarebbe per tutti, visitatori e operatori, un tassello in più di conoscenza. Si scolpirebbe così, nell’albo d’oro dei privati illuminati, un altro nome utile alla rinascenza culturale di un territorio tutto da riscoprire.

  12. Negli uffici e nella cava della Società Degemar sono stata in seguito molto spesso, ma il ricordo più vivo è quello del giorno in cui vi andai per la prima volta e vidi il Casale Bernini. Non sono sicura di quando fu: forse un tardo pomeriggio di inizio estate, di 4 anni fa e, arrivando, il Casale si impose alla mia vista da dietro, illuminato dal sole rosso di un tramonto spettacolare, come spesso si vedono da queste parti: diruto ma nobile nelle sue fattezze, si ergeva isolato al centro di una pianura desolata e a quell’ora ormai deserta.
    Gli girai intorno con cautela, facendomi strada attraverso il tappeto di ortica, spighe e papaveri su cui poggiava, fissandomi nella mente ogni dettaglio architettonico della costruzione, e assorbii la sua lunga storia di creatività, di arte e di fatica, pur senza conoscerla in dettaglio.
    Arrivai infine ad affacciarmi sul baratro scavato nel banco della pietra tiburtina, a me così cara e familiare, mentre i raggi del sole morente creavano effetti cangianti di riflessi e ombre sulle pozze sottostanti di acqua solfurea.
    Era ormai quasi sera, le enormi ruspe in riposo; il silenzio immobile era interrotto solo dal vento leggero della campagna romana, che portava con se il profumo della mentuccia, della rughetta, del finocchio, dei fiori selvaggi che crescono rigogliosi nei lembi di terreno risparmiati dalle grandi Fosse.
    Fu un momento per me importante, imprevisto, quasi magico e fuori del tempo, che ricordo assai vivamente.
    Sentii che il Casale Bernini era diventato subito per me un luogo del cuore e che sarebbe stato bello che lo diventasse per tutta l’ area estrattiva delle Fosse. Pur nella sua rovina, memore dell’antica importanza, comunicava un messaggio potente: la speranza di continuare a essere un baluardo creativo di riferimento, un elemento attivo per la crescita artistica e lavorativa della comunità e del territorio.
    Questo messaggio oggi è stato recepito e spero che ci siano le possibilità per poterlo realizzare.

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