L’evoluzione del computo delle ore dai Babilonesi ad oggi
Una panoramica sui metodi di computazione delle ore del giorno che si sono inizialmente sviluppati nell’area delle civiltà mediterranee per poi diffondersi in tutto il mondo
di
Luigi Vergelli
Dal lontano passato fino ai giorni nostri sono stati utilizzati diversi metodi di computo delle ore per indicare il trascorrere del tempo nell’arco di una giornata. Quasi tutti, nell’ambito delle civiltà mediterranee ed a partire dai Babilonesi nell’ VIII sec a.C. circa, hanno fatto e fanno riferimento al numero 12 ed al suo multiplo 24 per individuare gli intervalli di tempo in cui suddividere la durata di un giorno. Il perché di questa scelta non è stato mai definitivamente chiarito tuttavia, tra le spiegazioni più plausibili ipotizzate:
- una può essere quella che mutua tale numero da quello delle 12 lunazioni (e quindi anche i 12 mesi) che i Babilonesi avevano osservato essere necessarie per la conclusione di 1 anno;
- l’altra che i Babilonesi avrebbero inizialmente diviso il periodo tra il primo sorgere del sole (quando appare all’orizzonte il bordo superiore del sole nascente) ed il completo tramonto dello stesso (quando scompare all’orizzonte l’ultimo bordo del sole tramontato) in 10 intervalli di tempo di uguale durata (10 è il numero della somma delle dita delle 2 mani) ed a loro volta ciascuno di questi intervalli venne suddiviso in 60 parti uguali. Tuttavia per tener conto che prima del sorgere del sole (l’alba e la seguente aurora) già c’è una discreta visibilità come succede anche con il crepuscolo dopo il completo tramonto del sole, i Babilonesi aggiunsero 2 ulteriori intervalli portando così il totale all’ iconico valore di 12.

Avendo attribuito il valore di 12 intervalli (le ore) alla durata del periodo diurno, per analogia attribuirono lo stesso numero di intervalli alla durata del periodo notturno. In tal modo la durata di 1 giorno veniva suddivisa in 2 gruppi di 12 ore ciascuno (ore diurne ed ore notturne) le cui durate però erano ovviamente diverse e variavano al trascorrere delle stagioni. Nel periodo estivo le durate delle singole ore diurne erano maggiori di quelle delle singole ore notturne e viceversa nel periodo invernale.

Tale metodo di computazione fu adottato successivamente dagli Egizi, dai Greci ed infine dai Romani che lo diffusero in tutto il loro vasto impero (vedi figg.1,2). Durante il giorno, il cui computo delle ore iniziava al sorgere del sole, la misurazione avveniva attraverso Orologi Solari e/o Meridiane, mentre nelle ore notturne, il cui computo delle ore iniziava al tramonto, la misurazione avveniva attraverso particolari orologi ad acqua (clessidre) oppure attraverso il consumo di cera di apposite candele tarate che venivano accese subito dopo il tramonto.
Questa tipologia di computo delle ore è stata usata in tutta Europa sino agli inizi del secondo millennio. Essa viene detta ad “Ore Temporarie o Ineguali” perché nel corso di una giornata, la durata delle ore diurne generalmente è diversa da quella delle ore notturne. A questa tipologia di computo facevano riferimento anche le“le Ore Canoniche” le quali, più che un sistema orario, servivano ad indicare i vari momenti di preghiera o liturgici dei Monasteri Benedettini e di altri ordini. (vedi figg. 3,4).


Durante tutto questo periodo la vita sociale richiedeva orari e puntualità neanche lontanamente paragonabili a quelle dei nostri tempi; erano inoltre abbastanza rari gli orologi solari pubblici e rarissimi i privati cittadini che ne possedevano uno. Per questi motivi si usava dividere il gruppo delle ore diurne in 4 parti uguali, ciascuna di 3 ore, e gli si dava il nome dell’ultima ora del gruppetto; in tal modo l’ora III corrispondeva ad un periodo di tempo che andava dal sorgere del sole fino a metà mattina, l’ora VI da metà mattina a mezzogiorno, l’ora IX da mezzogiorno a metà pomeriggio e così via. La divisione del gruppo delle ore notturne aveva importanza soprattutto nella vita militare perché essa serviva ad individuare la durata dei turni di guardia notturna negli accampamenti delle legioni. Esso veniva suddiviso in 3 gruppi di 4 ore ciascuno chiamati “vigilie” ed in genere veniva misurato con orologi ad acqua (clessidre) costituiti da un recipiente il cui livello di riempimento dell’acqua si innalzava al trascorrere del tempo, tramite un sistema di gocciolamento opportunamente tarato.
A parte le indicazioni delle ore riportate nei Vangeli, un esempio di utilizzo delle ore temporarie è riportato nel mosaico della fig.2 ritrovato nella antica città di Daphne vicino ad Antiochia in Turchia. In esso un uomo guarda preoccupato un OS in cima ad una colonna ed il “fumetto” dice: ENATH ПАРНΛΑΣΕΝ ovvero “l’ora IX è passata”. Per comprendere il senso della esortazione è opportuno sapere che generalmente l’ora IX segnava il termine delle attività lavorative e quindi successivamente ci si preparava per andare alle terme o partecipare a qualche banchetto. Sembra quindi un’esortazione ad affrettarsi per andare a godersi la vita; una sorta di “carpe diem” in salsa greca!
Agli inizi del II millennio d.C., sia per l’intensificarsi dei contatti con il mondo islamico (crociate ed accordi commerciali) molto più avanzato del mondo cristiano nei riguardi del computo del tempo, sia per la comparsa dei primi Orologi Meccanici (OM), ci fu una forte spinta ad utilizzare sistemi di computazione che prevedessero di suddividere ogni giorno dell’anno in 24 ore tutte di uguale durata. Gli Orologi Solari (OS) si adeguarono facilmente ed, a seconda delmetodo di computazione delle ore, assunsero diversi nomi come riportato qui di seguito:
- OS ad ore Babiloniche (vedi fig.5): in essi la numerazione delle ore inizia al sorgere del sole così come accadeva negli antichi OS ad ore temporarie o diseguali, ma poi proseguiva con ore tutte di uguale durata sino alle XXIV in corrispondenza del sorgere del sole nel giorno successivo. Essi sono stati usati per lunghissimo tempo nei paesi di civiltà orientale e, nei secoli più recenti, anche in alcuni paesi dell’Europa orientale sottoposti alla dominazione turca.

- OS e OM ad ore francesi o ultramontane (vedi fig. 6); essi utilizzano la metodologia di computo delle ore di gran lunga più diffusa e che viene attualmente utilizzata in tutto il mondo. Come è ben noto il giorno è suddiviso in 24 ore di uguale durata ed inizia alla mezzanotte (ore 00.00) per terminare a quella successiva (ore 24,00). Nella quasi totalità questi OS hanno lo gnomone a “polos” ovvero parallelo all’asse di rotazione terrestre.

- OS e OM ad ore Italiche (vedi figg.7, 8): in essi la numerazione delle ore, tutte di uguale durata, inizia subito dopo il tramonto del sole e termina alle ore XXIV in corrispondenza del tramonto del sole nel giorno successivo. La metodologia di computazione ad ore italiche si è diffusa specialmente presso i popoli di cultura cattolica dal XIII secolo fino a circa gli inizi del XIX, soprattutto nella nostra penisola da cui deriva il loro nome. Essa propone implicitamente nella lettura delle ore la sinonimia del giorno con il lavoro e della notte con il riposo; infatti non fornisce all’osservatore l’indicazione delle ore effettive, ad eccezione delle ore 12.00 solari, bensì di quelle che mancano per arrivare al tramonto (basta sottrarre al numero XXIV l’ora indicata dall’ombra della punta dello gnomone). A quei tempi, infatti, in cui le notti erano malamente rischiarate da maleodoranti lucerne, il calar delle tenebre decretava l’arresto di quasi tutte le attività umane produttive. Di conseguenza, alla maggior parte delle persone interessava principalmente sapere quanto tempo avevano ancora a disposizione prima di dover terminare le loro attività. Nonostante gli OS ed OM ad ore italiche fossero molto diffusi nella nostra penisola, tuttavia la loro presenza è attualmente molto rara. Il motivo è da ricercarsi nel fatto che, a partire dalla seconda metà del secolo XVIII, essi furono oggetto di una specie di ostracismo da parte delle autorità dell’epoca. Napoleone infine, quando estese la sua influenza politica e militare in Italia, ne decretò formalmente la fine a favore, ovviamente, della metodologia di computo ad ore francesi. Un ricordo della loro utilizzazione è rimasto tuttavia in un detto popolare, oggi abbastanza desueto, sul modo di portare il cappello con la tesa frontale molto abbassata sugli occhi; si diceva “portare il cappello sulle 23” perché alle XXIII delle ore italiche il sole è molto basso sull’orizzonte e quindi, abbassando la tesa anteriore del cappello, si difendevano gli occhi dai raggi diretti del sole.


Il metodo di computazione ad ore italiche, sebbene dismesso per decreto napoleonico nel 1806 (e nello Stato della Chiesa nel 1846), continua ad essere utilizzato ancora ai nostri giorni in alcuni contesti particolari sebbene sotto la forma di OS ad ore Residue (ovvero in cui l’ombra della punta dello gnomone indica direttamente quante ore mancano al tramonto del sole come adesempio è rappresentato dall’OS “AD OCCASUM” sito in Piazza del Seminario n°18 in Tivoli). Esso è ancora presente, in tutto il mondo, in alcuni piccoli aeroporti dedicati esclusivamente al volo amatoriale ed in alcuni complessi sportivi all’aperto. Questo perché tale metodo di computazione indica in modo semplice ed immediato quanto tempo si ha ancora a disposizione per iniziare e/o portare a termine una specifica attività (volo amatoriale o gara sportiva) prima che il sole tramonti.
Alcune curiosità
Le ore della rivoluzione francese (vedi fig. 9) – Durante la Rivoluzione francese del 1789, la millenaria suddivisione del giorno in 24 ore ciascuna suddivisa in 60 minuti e ciascuno di questi composto da 60 secondi, non poteva sfuggire alla volontà riformatrice del Governo Rivoluzionario così come aveva fatto in tanti campi con l’adozione, quasi sempre meritoria, del sistema metrico decimale. Venne così introdotto nel 1793 un sistema decimale di misura del tempo che suddivideva l’intero giorno in 10 ore, in cui ciascuna ora era composta da 100 minuti ed a sua volta ciascuno minuto era suddiviso in 100 secondi. Tale sistema però risultò talmente sgradito alla popolazione che fu abolito già nel 1802!

Orologio meccanico ad ore italiche alla romana con quadrante a 6 ore (vedi figg. 8,10) – per questa tipologia di orologi, diffusa soprattutto nei territori dello stato pontificio ed utilizzata fin dal XIV secolo, il giorno iniziava all’Ave Maria della sera (ovvero circa mezz’ora dopo il tramonto) per finire a quella del giorno successivo e si articolava in 6 ore ripetute 4 volte. Ai giorni nostri ne rimane ancora qualche raro esemplare nelle regioni italiane un tempo soggette allo stato pontificio. Un esempio iconico è quello del torrino del Quirinale (fig.10) un tempo reggia dei papi ed attualmente residenza del Presidente della Repubblica Italiana.

La ragione di questa scelta del quadrante a 6 ore fu dovuta inizialmente (XIV sec.) alla grande semplificazione che essa comportava nella realizzazione del meccanismo dell’orologio dato che esso doveva azionare una sola “lancetta” e non le due classiche lancette concentriche su un quadrante di 12 ore. Inoltre in un quadrante a 6 ore lo spazio tra un’ora e la successiva è tale che l’unica lancetta permette di apprezzare anche le differenze di pochi minuti. Poiché però i rintocchi della campana ad esso sincronizzata continuavano a scandire le ore come quelli dei quadranti a 12 ore, la loro interpretazione risultava ostica alla maggior parte della popolazione o dei numerosi pellegrini che si recavano nella città di Roma. Uno di questi pellegrini della fine del ‘700, in una lettera inviata da Roma ai suoi parenti in Svizzera, annotava tra le stranezze degli usi e costumi dei romani, quella del computo del tempo con il quadrante a 6 ore affermando: “come faranno questi romani a regolarsi con un orologio che, ora che sto scrivendo, segna 4 ore, batte 10 e sono le 22!?”.
Questa tipologia di rappresentazione delle ore è ormai da lungo tempo del tutto desueta, mentre invece rimane sempre di grande attualità per molti il problema di come regolarsi per rispettare, con una decente tolleranza, la puntualità richiesta negli odierni rapporti sociali e/o di lavoro!
Bibliografia
Per chi volesse approfondire la propria conoscenza in questo campo possono essere utili i seguenti riferimenti bibliografici:
- Linda Perina e Renzo Zanoni, Meridiane Antiche e Moderne, Ed. DEMETRA S.r.l. 1966
- D.Calonico e R.Oldani, Il tempo è atomico. Breve storia della misura del tempo. Ed. Hoepli 2013
- Fabio Savan, Che ore sono? Printed by Amazon Italia Logistica S.r.l. 2025

Veramente interessante!!! Ho imparato ‘tante cose’ in questa lettura! Complimenti all’autore e alla Redazione!!!
Saggio breve ma completo e molto interessante sui sistemi di misurazione del tempo in uso nel mondo occidentale dall’antichità all’era moderna. Per quanto riguarda l’Italia questi sistemi sono stati in realtà importanti fino al 1893, data dell’introduzione del tempo nazionale standard, che ha reso inutilizzabili gli orologi solari, almeno quelli lontani dal meridiano che passa per l’Etna (15 gradi est di Greenwich).
Si conferma il fatto che gli articoli di Luigi Vergelli, accuratissimi, dotti, ben scritti, corredati da foto chiare e appropriate, mi aprono e mi illuminano campi di interesse per me in parte nuovi e sempre molto interessanti. La giusta mescolanza di dati tecnici e di inquadramento storico dà al lettore un senso di completezza, e ne aumenta la conoscenza su settori specifici e complessi in forma discorsiva e piacevole. Lo ringrazio di cuore.
Un articolo magnifico, capace di trasportare il lettore in una dimensione temporale del tutto inconsueta. In un’epoca come la nostra, dominata da schermi digitali, notifiche frenetiche e dalla corsa contro il tempo, questo articolo rappresenta una vera e propria occasione di riflessione sul concetto stesso del tempo.
Conoscendo personalmente l’autore, so bene quanto rigore e profonda passione metta nelle sue ricerche sull’argomento, e questo scritto ne è la dimostrazione lampante. Ciò che colpisce di più è la straordinaria capacità di intrecciare conoscenze in discipline diverse, come l’astronomia, la storia, l’arte, e persino una sottile filosofia di vita. Gli orologi solari non vengono descritti semplicemente come antichi strumenti di misurazione, ma come vere e proprie opere d’arte capaci di raccontare il legame ancestrale tra il cosmo e l’uomo, nell’intento millenario di gestire i tempi della vita quotidiana, civile, religiosa, militare.
Questo nuovo articolo conferma e impreziosisce il bellissimo percorso iniziato con i suoi precedenti scritti dedicati all’argomento degli orologi solari, ed è straordinario notare come riesca ad approfondire il tema senza mai ripetersi, arricchendo ogni volta la narrazione con sfumature e dettagli sempre più affascinanti.
Un plauso sincero per l’accurata ricostruzione storica e la scelta delle bellissime immagini, e per averci fatto riflettere e riscoprire il valore del tempo “naturale”, quello dettato dalla luce e dalle ombre.
Davvero grazie e complimenti vivissimi all’autore!