METRO C. La Stazione Colosseo e il nuovo allestimento archeologico: luci e ombre
E’ stata da poco aperta al pubblico la nuova, grandiosa stazione Colosseo della Metro C, con un allestimento dei reperti archeologici che ha richiamato un grandissimo numero di visitatori.
di
Carlo Pavolini (Già Ministero Beni Culturali, Università della Tuscia)
Le stazioni con allestimenti archeologici della Metro C


La nuova stazione Colosseo della Metro C (di connessione con la Linea B) è stata inaugurata subito prima di Natale. L’ho visitata a pochi giorni dall’apertura, ma ci sono tornato ora (seconda metà di gennaio) e avverto l’esigenza di precisare e correggere le mie impressioni iniziali.
Lungo la Linea C sono state progettate in anni recenti, e ormai in gran parte completate, tre “stazioni archeologiche”, e tale volontà di creare un collegamento fra trasporto urbano e patrimonio storico indica comunque una sensibilità e un’attenzione inedite – che vanno valutate positivamente – da parte dell’amministrazione capitolina, dalla quale dipende la rete delle metropolitane.
I singoli allestimenti archeologici presentano caratteristiche in parte differenti, anche perché hanno visto coinvolti soggetti diversi. Infatti, nel corso di lavori – inevitabilmente di lunga durata – sono avvenuti significativi cambiamenti nell’assetto amministrativo degli uffici che si occupano del patrimonio culturale, nella Capitale come nel resto d’Italia. Di conseguenza, l’”archeologia delle stazioni” ha preso l’avvio quando esisteva ancora una Soprintendenza Archeologica (statale) di Roma, mentre ad esempio, nel caso della fermata inaugurata per ultima, la paternità della presentazione dei reperti antichi è dell’attuale Parco Archeologico del Colosseo.
Le stazioni di Porta Metronia e di San Giovanni

Alla stazione di Porta Metronia dedico appena un accenno, perché del risultato si potrà dare un giudizio d’insieme solo quando sarà stata attuata la musealizzazione della caserma di età romana rinvenuta durante i lavori, la cui apertura al pubblico è prevista per la primavera del 2026. Per ora il passeggero fruisce di grandi planimetrie riprodotte a parete, e da una vetrata può vedere i resti veramente imponenti dei castra. Ma a parte alcune indicazioni cronologiche, un apparato didattico vero e proprio è assente.
Anche sulla stazione San Giovanni, di collegamento con la Metro A, mi limito a dire poche parole, per concentrarmi sull’elemento di novità costituito dalla fermata Colosseo. A San Giovanni l’inaugurazione è infatti avvenuta ormai qualche anno fa (2018), e in essa la presentazione dei reperti archeologici è a mio avviso migliorabile per molti aspetti, ma l’inquadramento storico e topografico va apprezzato (e non era un’impresa facile).
L’allestimento della stazione Colosseo
Non parlo degli aspetti ingegneristici e architettonici delle tre stazioni, che da profano mi sono apparsi adeguati, non senza un’attenzione riservata anche alla bellezza. Nel caso del Colosseo si potrà magari notare una certa tendenza al grandioso, ma è indubbio che l’effetto estetico (uso degli spazi e delle prospettive, luci, colori) è assicurato. Lo stesso si dica dei passaggi dall’una all’altra linea e delle vie di accesso e di uscita, ma sulla funzionalità della stazione e sulla qualità dei servizi un giudizio più motivato lo daranno gli utenti.
Quanto all’archeologia, il visitatore rischia di trovarsi inizialmente spaesato e di non capire subito dove siano collocati i reperti (strutture e materiali mobili) recuperati negli scavi. Gioverebbero planimetrie d’insieme, con pallini rossi del tipo “voi siete qui” e indicazioni di dove incontrare l’antico, tanto più che tale incontro avviene su due livelli e in più settori della grande stazione.
I resti dello scavo: i pozzi

Quando poi ci si orienta, si comincia a capire che una parte notevole dei rinvenimenti è costituita dalla parte inferiore di una serie di pozzi circolari (28 in tutto), foderati di lastre tufacee e dotati di grappe metalliche e di pedarole. All’interno sono stati trovati manufatti ceramici e di altro genere, che in antico, al momento dell’abbandono dei pozzi, vi erano stati gettati ritualmente: all’acqua infatti, in qualsiasi forma, la religione romana attribuiva un significato religioso, per cui – quando si dismetteva un impianto idrico – bisognava placare, mediante determinate cerimonie, l’ira degli dèi. Gli oggetti tirati fuori dai pozzi sono quindi doni votivi, che coprono il periodo esteso dall’età arcaica all’inizio dell’impero, perché con Augusto la città si dota di molti acquedotti e l’approvvigionamento idrico, così, è assicurato in altro modo. In ulteriori vetrine vengono mostrati alcuni secchi di bronzo (situlae) per attingere l’acqua: in tal caso si tratta di oggetti caduti casualmente nei pozzi, non di offerte votive.
Tutto questo è ben spiegato, e anche le bacheche dei reperti sono allestite bene. Il criterio è contestuale, pozzo per pozzo; da destra a sinistra si va dal periodo più antico al più recente e le didascalie dei manufatti (vasi, lucerne, piccoli altari in terracotta, ecc.) ad una prima occhiata riportano informazioni esatte.
Ma soprattutto, leggendo tali didascalie (tutte tradotte in inglese) il visitatore medio non si sente respinto da una terminologia tecnica astrusa e specialistica. Qui, se si parla di un aryballos corinzio ci si premura di aggiungere fra parentesi: vasetto per profumi o unguenti prodotto a Corinto nel VI sec. a.C. Sembra niente, e invece è un notevole passo avanti, e nei primi giorni dopo l’inaugurazione si poteva notare quanto il pubblico apprezzasse tali innovazioni. Una grande folla – moltissimi i giovani, le famiglie, i bambini – si accalcava davanti alle bacheche, e si coglievano in giro commenti spesso pertinenti. C’è voglia di conoscenza storica, evidentemente, e iniziative come questa vanno nella direzione giusta. Un suggerimento, però: illuminiamo meglio le didascalie ed evitiamo di posizionarle troppo in alto o troppo in basso rispetto all’altezza “media” dell’utente.
Lo sbancamento della collina Velia
Una domanda cruciale riguarda però la posizione stessa di questi pozzi: da dove calavano, e perché nel sottosuolo (dove ci troviamo) se ne è conservata solo la parte inferiore?
Su una piastra con una planimetria schematica la posizione delle prese d’acqua nel sopraterra è segnalata da punti-luce, senza però che questo spieghi gran che. Molto chiaro è invece un video a muro, dal quale ci viene la risposta: al di sopra della stazione, all’inizio di Via dei Fori Imperiali, si elevava in età romana un’altura naturale, la cd. collina Velia, che è stata totalmente sbancata all’inizio degli anni ’30 nel quadro degli sventramenti mussoliniani per la creazione dell’allora Via dell’Impero. Sbancata – si noti – quasi senza documentazione, nemmeno delle importanti strutture antiche che vi sorgevano. Anche i pozzi partivano dalla sommità della collina, e le loro parti superiori sono sparite insieme al resto: ed era un resto non da poco, perché comprendeva, fra l’altro, il settore a giardino della rinascimentale, magnifica Villa Silvestri-Rivaldi.
Gli altri materiali dell’allestimento

In un’altra zona della stazione sono esibiti alcuni splendidi resti delle decorazioni architettoniche e degli arredi marmorei di grandi monumenti imperiali quali il Tempio di Venere e Roma (testa di Medusa) e il Templum Pacis (frammenti di un colossale capitello di lesena, col suo disegno ricostruttivo). Si sarebbe potuto forse specificare che tali manufatti, del tutto decontestualizzati, non vengono propriamente da questa zona, ma dai pressi.
Dagli scavi provengono invece alcuni resti murari, smontati e ricollocati in uno dei settori della stazione. Si tratta di due strutture abitative, che evidentemente appartenevano anch’esse al patrimonio edilizio della Velia scomparsa e che sono attribuibili ad un periodo compreso fra il I sec. a.C. e il I d.C. Una di esse era dotata di una terma privata, con laconicum (sudatorio).
Fin qui si può dunque affermare, con cautela, che nel giudizio sulla presentazione dell’archeologia della stazione gli aspetti positivi prevalgono sulle critiche: circoscritte, queste ultime, a certi accorgimenti pratici che potranno essere adottati e a qualche miglioramento degli apparati didattici. Maggiori perplessità (le ombre del titolo) destano invece alcuni risvolti del modo in cui viene presentata la complessiva vicenda del luogo, e vediamo perché.
Un video sulla storia dell’area

A metà del percorso troviamo un grande schermo che proietta in loop una sommaria storia dell’area, nella quale compaiono alcuni cenni al quartiere Alessandrino polverizzato per ordine di Mussolini e alle demolizioni degli anni ’30, senza però un approfondimento sul destino della collina Velia. Uno sguardo alle marce delle quadrate legioni sull’allora Via dell’Impero (quella per tracciare la quale erano state decise le demolizioni), niente su Hitler che percorre in trionfo la stessa strada (è la “giornata particolare” del 3 maggio 1938), ed ecco che arrivano gli Alleati: ma sulla Resistenza a Roma non una parola. Seguono, nel documentario, il boom, le realizzazioni dell’Italia del dopoguerra, un’immagine dell’annuale sfilata militare del 2 giugno su Via dei Fori e poco più.
E’ curioso, per esempio, che – trovandoci in una stazione della Metro C – non vi sia alcun cenno alla successiva fermata di Piazza Venezia della stessa linea, che dovrebbe essere inaugurata (ma il condizionale è d’obbligo) attorno al 2030.
Fra le cose tralasciate dal video c’è poi da segnalare quel che continuiamo a chiamare il “progetto Fori”, e con esso il quarantennale dibattito su come risolvere i vuoti lasciati dagli sventramenti del periodo fascista. Tanto più che dall’aprile 2024 esiste un elaborato vincitore di un concorso bandito dal Comune di Roma proprio al fine di procedere alla prima fase del Piano CarMe (è questo l’acronimo che designa il programma generale di riassetto dell’area archeologica centrale di Roma). Peccato che di quel documento, dopo averlo a suo tempo presentato con una solenne cerimonia pubblica, l’amministrazione capitolina non abbia nemmeno iniziato la messa in pratica. Notizie di stampa di questi giorni danno finalmente come imminente l’avvio dei lavori (per marzo, a quanto sembra), e speriamo che sia vero.
La Sala misteriosa: “Centro Informazioni ?”

Infine, dalla stazione si esce appunto su Via dei Fori Imperiali, e sul lato destro di questa, andando verso Piazza Venezia, si può visitare una grande sala aperta ex novo che risulta essere – ma non c’è scritto – un “Centro Informazioni del Clivo di Acilio” (una via in salita che era un elemento importante della scomparsa Velia). All’interno ci attende la ricomposizione di parte di un edificio romano (dalla tecnica muraria sembrerebbe tardo-antico) di cui si conservano un ambiente absidato e alcuni vani annessi. Cos’era, di che epoca è, dov’era collocato originariamente? E’ forse un altro dei pochi resti della distruzione della sommità dell’altura, finito in magazzino, poi restaurato e calato all’attuale piano-strada? Mistero: non c’è una didascalia, né un pannello, né un dépliant. Intorno, le bacheche di un bookshop. Turisti e visitatori si aggirano perplessi, e gli addetti alla sorveglianza, peraltro gentilissimi e (si direbbe) vagamente imbarazzati, dicono che anche loro non ne sanno niente e sono incaricati solo di evitare danni alle murature.
Ci si augura che al più presto il Comune – perché questo locale ricade nella responsabilità della Sovrintendenza Capitolina – corra ai ripari, ma è certo che ancora oggi (seconda metà di gennaio) questo non è avvenuto.
Per saperne di più
C. Pavolini, Che fare dei Fori?, Robin Edizioni, Torino 2022
