Tivoli, ricordo per il 260° anniversario della nascita di Papa Gregorio XVI
A cura di Antonio Capitano, responsabile Ufficio Cultura e saggista
Il 18 settembre 1765 nasceva Bartolomeo Alberto Cappellari, il futuro Papa Gregorio XVI. A distanza di due secoli e sei decenni, il suo nome continua a risuonare tra il corso sinuoso dell’Aniene, tra i sentieri del Monte Catillo e sotto l’eco fragorosa della Grande Cascata. Non come un’ombra lontana, ma come presenza viva, come impronta incisa nel cuore stesso di Tivoli.
Per secoli, la città aveva vissuto nell’incanto e nel timore dell’Aniene. Quel fiume, cantore di meraviglia e al tempo stesso portatore di pericoli, aveva dato vita a scenari sublimi ma anche sconvolgimenti improvvisi. Bastava una piena per trasformare lo splendore in minaccia, la bellezza in terrore. Le case tremavano, le strade si riempivano d’acqua, la gente guardava al cielo con l’angoscia di chi sa che la natura non perdona. Fu Gregorio XVI a spezzare quel destino. Con lucidità e fermezza decise che Tivoli dovesse finalmente liberarsi dall’incubo delle acque inquiete . Ordinò che il monte stesso fosse traforato per accogliere il fiume, e così nacquero i Cunicoli Gregoriani, opera grandiosa che gli storici avrebbero definito una delle più ardite del secolo.
A dare forma al sogno del Papa fu il genio di Clementi Folchi, scienziato e ingegnere di rara intelligenza. Fu lui a calcolare, progettare, immaginare i percorsi dell’acqua, a tradurre in formule e tracciati l’idea che sembrava impossibile: domare l’Aniene senza spegnerne la forza. Nelle sue mani la scienza divenne arte, e la roccia mutò in sentiero di salvezza. Accanto a lui, la fermezza del cardinale Agostino Rivarola, che con determinazione sostenne l’opera. Ma fu la visione di Gregorio XVI a dare coraggio e respiro all’impresa. Il 7 ottobre 1835 la città intera esplose in gioia. Quel giorno, Tivoli non era più la città minacciata dalle acque, ma una comunità rinata. Le campane suonavano a festa, lunghe e squillanti, riempiendo l’aria limpida d’autunno. Le strade erano fiumi di popolo, gremite di donne, uomini, bambini che correvano con gli occhi colmi di stupore. Dai balconi scendevano drappi colorati, fiori intrecciati, corone di foglie. L’aria era satura di profumi, di incenso e di petali lanciati al vento.
In quel giorno solenne, i cunicoli furono aperti e il fiume prese la sua nuova via. Il fragore delle acque, che per secoli aveva fatto paura, diventava ora canto liberato. La folla esultò, la città respirò, e la gioia si fece memoria. Il pittore Giovanni Riveruzzi fissò sulla tela quel momento unico, consegnando ai secoli l’immagine di Tivoli festante, ornata di colori e vibrante di riconoscenza. E da quella impresa non nacque soltanto la sicurezza, ma anche la bellezza. Perché il fiume, incanalato nei cunicoli, si riversò poi nella Grande Cascata, che divenne poesia d’acqua e di luce, simbolo sublime della città. Intorno, le gole del Monte Catillo si fecero teatro naturale, abbracciando il fragore dell’Aniene con la forza antica della roccia e la delicatezza degli ulivi. Quel paesaggio nuovo, che il tempo avrebbe poi consacrato come Villa Gregoriana, divenne un inno al connubio tra ingegno e natura, tra visione umana e armonia divina.
Oggi, nel 260° anniversario della nascita di Gregorio XVI, Tivoli guarda ancora a quel giorno come a un atto di rinascita. Il Pontefice non fu solo guida spirituale della Chiesa universale, ma figura fondamentale per l’identità stessa della città. Con lui, la paura si trasformò in forza, il pericolo in sicurezza, la natura selvaggia in meraviglia condivisa. Le cascate continuano a scendere, fragorose e bianche, come un inno perenne alla sua memoria. I cunicoli restano scolpiti nel cuore del Catillo come vene vitali della città. E il ricordo del 7 ottobre 1835 vibra ancora nelle pietre, nei sentieri, nei suoni eterni dell’acqua. Tivoli celebra oggi Gregorio XVI non solo come Papa, ma come artefice del suo destino, come colui che seppe guardare oltre la paura per consegnare al futuro il volto stesso della città.
A cura di Antonio Capitano, responsabile Ufficio Cultura e saggista
