I proprietari delle grandi Ville Romane del territorio tiburtino
A partire dal II secolo a.C. l’antica Tibur ospitò le residenze di otium di importanti personalità della vita politica e culturale romana. I loro nomi derivano da molte fonti autentiche che testimoniano la loro presenza a Tivoli.
di
Claudio Salone, Archeologo
Le ville romane del territorio

Come illustrato nella Mostra tenutasi a Tivoli nel Museo della Città nel 2021, oltre 100 sono i resti di ville romane individuate nel territorio di Tivoli, (Tibur), di cui numerose appartenenti a importanti personalità politiche e culturali romane. La città, prestigiosa centro di otium aristocratico dove politica, cultura e lusso si intrecciavano nella cornice naturale della valle dell’Aniene, era apprezzata per la posizione panoramica, il clima mite e la vicinanza a Roma. Le fonti letterarie ed epigrafiche attestano un’intensa attività edilizia e un elevato livello artistico delle dimore, raggiungibili rapidamente dall’Urbe tramite la via Tiburtina Valeria.
Di seguito sono elencati i personaggi più in vista che, secondo i testi letterari, possedevano ville presso Tivoli.
La villa detta di Bruto

Tra i proprietari più celebri figurano un Bruto, verosimilmente identificabile con Marco Giunio Bruto, giurista vissuto nel II secolo a.C., probabilmente figlio dell’omonimo console del 178 a.C. Cicerone lo cita più volte, nel De Officiis (2, 50) e ancora nel Brutus (130) come “iuris civilis peritissimus”. Tuttavia, secondo una consolidata quanto dubbia tradizione, la villa tiburtina, comunemente situata all’inizio della via di Pomata apparteneva a Marco Giunio Bruto il “cesaricida”, nonché, secondo Cicerone, figlio adottivo dello stesso Giulio Cesare (Cic., De orat. 2, 55, 224)

Nato intorno all’85 a.C., figlio di Servilia, ebbe un ruolo di rilievo nella tarda Repubblica. Dopo aver parteggiato per Pompeo e ottenuto il perdono di Cesare, fu nominato governatore della Gallia Cisalpina, distinguendosi per integrità. Nel 44 a.C. partecipò all’assassinio di Cesare e, sconfitto a Filippi nel 42 a.C., si tolse la vita.
La villa detta di Cassio

Anche Gaio Cassio Longino (citato nel Fundus Cassianus), un altro nome famoso tra gli assassini di Cesare, era proprietario di una villa nel territorio tiburtino, che si suole collocare, senza nessuna certezza, anch’essa lungo la via di Pomata, poco distante da quella detta di Bruto. Appartenente ad una nobile famiglia conservatrice; dopo aver militato con Pompeo e successivamente riconciliatosi con Cesare, Cassio partecipò alla congiura per uccidere Giulio Cesare. Battuto da Antonio a Filippi, si suicidò con la stessa daga che aveva usato per pugnalare l’uomo da lui ritenuto un dittatore. Tacito negli Annales (4,34,1) lo definisce “l’ultimo dei Romani”.

Villa del poeta Catullo
Anche il poeta Gaio Valerio Catullo (nato nell’84 a.C..) ci dice, nel Carme 44, che possedeva una piccola villa nei dintorni di Tivoli, chiamata “tiburtina” o “sabina” dai detrattori. Proveniente da una famiglia agiata di Verona, Catullo visse a Roma nei circoli letterari più raffinati, senza seguire la carriera politica. Appartenente ai Poetae Novi, introdusse una poesia colta e formalmente curata, ma anche intima e personale, in particolare nei componimenti amorosi.
La villa di Cinzia

Cinzia, amata dal poeta Sesto Properzio, di cui ispirò molte elegie, ebbe una casa a Tivoli, dove fu poi sepolta. Colta e indipendente, rappresentava il modello della nuova donna, aristocratica e raffinata, dell’età augustea; più anziana di lui, morì prima e fu sepolta a Tivoli (Prop. Eleg, 7,79). E’ probabile che lo stesso Properzio possedesse nelle vicinanze una villa, non localizzabile.
La villa ritenuta di Mecenate
A Mecenate (Gaio Cilnio Mecenate, 69 a.C. circa – 8 a.C.) sarebbe appartenuta una villa che si situava nella zona del tempio di Ercole Vincitore. Cavaliere romano di nobili origini etrusche, fu apprezzato consigliere del princeps Ottaviano. Una volta che quest’ultimo fu proclamato Augusto, Mecenate si ritirò a vita privata e animò quel circolo di poeti e di intellettuali che è passato alla storia con il suo nome. Morì nello stesso anno di Orazio, poco prima di lui e lasciò i suoi beni ad Augusto. Properzio gli dedicò il secodo libro delle Elegie, Virgilio le Georgiche e Orazio, il suo più grande amico, gli Epodi, le Satire e tre libri delle Odi.
La Villa dei Cecili Metelli

Il toponimo “Campitelli”, nella zona della chiesa di San Pietro alla Carità, ci ricondurrebbe a una presenza a Tivoli della gens dei Cecili Metelli. Cicerone infatti (De Orat. 2, 65, 68,) nomina una villa dei Metelli a Tibur. I Cecili Metelli vantano nelle loro fila numerosissimi personaggi di grande importanza: uno dei possibili proprietari della villa fu Quinto Cecilio Metello Numidico (morto nel 91 a.C.), conservatore e acerrimo nemico di Gaio Mario, sostenuto dai populares. Nel 106 a.C. celebrò il trionfo su Giugurta e assunse il soprannome di Numidico. Eletto censore nel 102 a.C., di lui si ricorda la difesa dell’istituto matrimoniale tradizionale. Sconfitto in Senato, che approvò la legge agraria voluta da Gaio Mario in favore dei propri veterani, nel 100 a.C. si esiliò a Rodi, da cui fece ritorno nel 99 a.C. richiamato dalla fazione anti-mariana. Morì nel 91 a.C.
Lucio Munazio Planco (90 a.C.–1 d.C.)

Originario di Tivoli, dove la famiglia aveva certamente una proprietà, fu un importante generale e politico romano. Console nel 42 a.C. con Marco Emilio Lepido e censore nel 22 a.C., ricoprì incarichi come Praefectus Urbis e Legatus pro Praetore. Fondò le colonie di Lugdunum (Lione) e Augusta Raurica (presso Basilea). Seguì Cesare nelle guerre galliche e civili, poi governò la Gallia. Dopo aver sostenuto i triumviri Ottaviano, Antonio e Lepido, partecipò alla campagna contro i Parti e fu governatore della Siria. Deluso dal comportamento di Antonio con Cleopatra, tornò a Roma e rivelò a Ottaviano il contenuto del testamento di Antonio, favorendo così la guerra che si concluse con la vittoria di Azio nel 31 a.C. Anziano e malato, si tolse la vita nell’1 d.C.
La villa di Orazio

Secondo la tradizione, Quinto Orazio Flacco (65– 8 a.C.), possedeva una villa nei dintorni di Tivoli presso l’attuale Licenza. Originario di Venosa e figlio di un liberto, ricevette un’eccellente educazione a Roma e ad Atene, dove approfondì retorica e filosofia. Influenzato dall’epicureismo di Filodemo, aderì inizialmente agli ideali repubblicani e partecipò, senza gloria, alla battaglia di Filippi nel 42 a.C. Tornato a Roma, lavorò come scriba quaestorius. Nel 38 a.C. conobbe Virgilio e Mecenate, con i quali instaurò un’amicizia profonda, che durò per tutta la vita; Orazio e Mecenate furono infine sepolti insieme sull’Esquilino.
La villa detta dei Pisoni

A Tivoli possedeva una grande villa, costituita da più nuclei ancora in parte conservati e localizzata presso la odierna “curva del Regresso” della via Tiburtina, anche la nobile famiglia dei Pisoni. Tra i suoi membri più importanti figurano Lucio Calpurnio Pisone Cesonino, console nel 148 a.C., e un suo omonimo, console nel 112 a.C., nonno di Lucio Calpurnio Pisone Cesonino (101–43 a.C.), suocero di Cesare. Quest’ultimo fu pretore nel 61, console nel 58 e censore nel 50 a.C.; cercò di mediare tra Cesare e Pompeo, si oppose ad Antonio e, dopo la morte di Cesare, chiese la celebrazione dei suoi funerali. Ritiratosi dagli affari politici, si dedicò alla filosofia epicurea e gli è attribuita anche la famosa “Villa dei Papiri” di Ercolano. Un altro esponente della famiglia, Lucio Calpurnio Pisone Cesonino il Pontefice (48–32 a.C.), fu collaboratore di Augusto, noto per equilibrio e senso del dovere e ricoprì dal 12 a.C. fino alla morte la carica di Praefectus Urbis.
La Villa ritenuta di Quintilio Varo

Orazio cita nelle Odi (carme I, 18) un Quintilio Varo, probabilmente Quintilius Varo Cremonensis, poeta del circolo di Mecenate e proprietario di una villa in loc. Quintiliolo presso Tivoli, che si estendeva per circa 6 ettari, e della quale rimangono importanti strutture. Dopo la sua morte (24 a.C.), la villa passò a Publio Quintilio Varo (46 a.C.–9 d.C.), figlio di Sesto Quintilio Varo e amico di Augusto. Console nel 13 a.C., sposò Vipsania Marcella, sorella di Agrippa e fu proconsole in Africa, legato in Siria e poi in Germania. Nel 9 d.C., nella selva di Teutoburgo, subì una disastrosa sconfitta contro Arminio, nella quale perirono tre legioni romane. Sconfitto, Varo si tolse la vita e la tragedia segnò la fine dei progetti romani di espansione in Germania.

Villa di Cesare poi di Sallustio?
Secondo lo Pseudo-Cicerone, la villa tiburtina di Cesare, non localizzabile, passò allo storico Gaio Sallustio Crispo (86–34 a.C.), originario di Amiternum. Dopo una carriera politica movimentata — questore, tribuno della plebe e senatore — fu espulso per scandali morali, ma riammesso da Cesare, che lo nominò pretore e governatore dell’Africa Nova, dove accumulò grandi ricchezze con cui acquistò la residenza tiburtina di Cesare. Lo storico Sallustio si caratterizza per il fatto di aver introdotto nella narrazione degli eventi la dimensione psicologica dei personaggi.
La Villa di Valerio Massimo

Presso l’attuale stazione ferroviaria, vicino alla tomba della Vestale Cossinia, la tradizione colloca la villa di Valerio Massimo, censore e discendente di Marco Valerio Massimo Potito, console nel 286 a.C., anno della costruzione della via Tiburtina Valeria. Della villa si conservano resti notevoli, tra cui un interessante soffitto a cassettoni in stucco di un criptoportico.
La Villa detta dei Bassi

Un sicuro proprietario di villa tiburtina fu Publio Ventidio Basso (90–ante 27 a.C.), generale piceno e luogotenente di Antonio, vincitore dei Parti. Di umili origini, arricchitosi dopo le guerre galliche, ebbe a Tivoli una splendida villa, comunemente identificata con i maestosi ruderi ancora visibili non lontano dalla villa di Quintilio Varo; la splendida proprietà fu ereditata dal figlio Gaio Basso; noto anche come collezionista d’arte.
La Villa di Manlio Vopisco

Publio Manlio Vopisco, personaggio colto e di tendenze epicuree al tempo di Domiziano, possedeva un’imponente villa, situata nell’attuale perimetro di Villa Gregoriana, descritta in dettaglio dal poeta Stazio nelle Silvae (I,3, vv. 1-110) come un luogo di straordinaria bellezza. Il suo giardino a Tibur era talmente bello che lo stesso Epicuro lo avrebbe preferito al suo.
La Villa dei Vibii Vari

Sul Colle Santo Stefano, non lontano da Villa Adriana, sorgeva la villa dei Vibii Vari, famiglia plebea, poi imparentata con l’imperatore Adriano tramite Vibia Sabina. I Vibii, tra cui Gaio Vibio Pansa Cetroniano (console nel 43 a.C.) e Vibio Varo (console nel 134), raggiunsero il massimo splendore nel II secolo d.C. La loro parentela con Adriano spiegherebbe la vicinanza tra le due residenze.
Cretonio
Sappiamo anche che nel I secolo d.C. fu attivo a Tivoli Cretonio, architetto e collezionista di marmi pregiati, che fece costruire splendide ville sui colli di Tivoli e Preneste, superando in bellezza, secondo il poeta Giovenale (Sat., 14, 86 ss.), anche il tempio della Fortuna e di Ercole. Di lui non sappiamo altro. Si presenta più in veste di speculatore edilizio che di proprietario.
Fusco
Infine, Marziale nomina un certo Fusco, avvocato e poeta che possedeva una vasta tenuta tiburtina con boschi sacri, oliveti e vigne, ricordata anche in documenti medievali.
Bibliografia
Per approfondimenti si veda
CLAUDIO SALONE, I proprietari della grandi ville tiburtine, in “Le grandi ville romane del territorio tiburtino”, Catalogo della mostra, a cura di A. Bruciati, M. Eichberg, G. Proietti, Tivoli 2021, pp. 73 – 79.
ZACCARIA MARI, Le ville di otium del territorio tiburtino. Architettura e Giardini, ibidem, p. 63-71
