COLOSSEO. La ricostruzione degli ambulacri meridionali ha trasformato l’area archeologica in uno spazio di arredo urbano.
I recenti interventi di riqualificazione e ripristino, inaugurati lo scorso 17 marzo, antepongono l’accoglienza turistica alla leggibilità storica del monumento simbolo della Roma imperiale

L’intervento di riqualificazione
Al termine di un’indagine archeologica accurata e meritoria, svoltasi negli anni 2021-2024 con la direzione tecnica e scientifica dei funzionari del Parco Archeologico del Colosseo, il 17 marzo scorso sono stati inaugurati gli interventi di valorizzazione e riqualificazione degli ambulacri meridionali dell’Anfiteatro Flavio.

Ben difficile compito quello di ripristinare l’area indagata, il cui assetto prima delle recenti ricerche consisteva in una semplice pavimentazione in sampietrini, eseguita al termine di precedenti scavi. Non propriamente un intervento di restauro, e tuttavia incarico cui sempre più spesso sono chiamati progettisti e conservatori. Talvolta ricostruzione (quando non ‘ricreazione’) di edifici o parti di essi andati perduti a causa di indagini archeologiche o di eventi distruttivi, talora addirittura ‘completamento’ di opere incompiute.
Si pensi ai recenti esempi di Notre Dame a Parigi e della Sagrada Familia a Barcellona.
Per la cattedrale francese una vera e propria ricostruzione, “dov’era e com’era”, di gran parte della copertura della navata e della guglia, entrambe distrutte dall’incendio sviluppatosi nel quadro dei lavori di restauro (la guglia era una ricostruzione neogotica – su disegno di Viollet-le-Duc – dell’originaria, risalente al ‘200, demolita nel corso della Rivoluzione francese)
Per la chiesa catalana il compimento – sulla base dei disegni originali e dei documenti d’epoca – l’edificio rimasto incompiuto alla morte di Antoni Gaudì, suo autore
Interventi precedenti

Per il Colosseo si è trattato della conclusione di una lunga operazione di ripristino dell’assetto dell’Anfiteatro, iniziata nel 2009-2010 con la ripavimentazione dei settori Stern e Valadier. I lavori recenti si sono svolti grazie ai fondi compensativi dei cantieri della Metro C, e hanno interessato l’area dei due ambulacri lungo il fianco sud dell’Anfiteatro, per una superficie complessiva di 1300 metri quadri.

L’area era stata sottoposta a una serie di indagini archeologiche volte a evidenziarne la leggibilità stratigrafica e storica, persa nel corso dei secoli a causa di spoliazioni, demolizioni e crolli. Al termine della campagna si doveva quindi creare un’immagine adeguata alla lettura complessiva dell’edificio su questo versante, dove distruzioni e terremoti avevano cancellato gli elevati.
Le scelte progettuali

Si è scelto di disporre una pavimentazione alla quota di calpestìo dell’antica, asportata nel IX secolo, con l’intento di restituire la percezione della dimensione originale del perimetro dell’edificio. Sulla pavimentazione così risuggerita sono stati collocati dei prismi a sezione quadrata, sempre in travertino, nelle posizioni degli antichi pilastri. Con l’obiettivo, nelle parole del progettista, di “restituire agli occhi dei visitatori il perimetro dei due ambulacri mancanti” e di “ridare leggibilità alla geometria originaria del monumento”, mirando in tal modo a “creare uno spazio pubblico vivo, di restituire un’area di sosta e di vita urbana a diretto contatto con la storia, senza per questo mancare di rispetto alle preesistenze storiche”.
Compito difficile si è detto, e esposto a insidie difficili da evitare, di quelle che “come fai, sbagli”. E infatti l’intervento si è attirato, insieme alle lodi, anche molte critiche. Uno dei giudizi più lusinghieri è stato quello del noto archeologo Andrea Carandini, che ha rivendicato la necessità e la bontà dell’operazione, coniando per l’occasione la definizione di ‘ricostruzione simbolica’. Non senza stigmatizzare una certa ‘timidezza,’ consistente nella rinuncia a riproporre le due file di pilastri suggeriti dai resti degli originali conservati. Apprezzando però al contempo la ‘qualità urbana’ di uno “spazio rinnovato nel suo aspetto, che saprà accogliere il pubblico narrando il monumento; una piazza che non offriva comode soluzioni per sedersi o riposarsi dopo la visita oggi si è trasformata in uno spazio pubblico più accogliente, pieno di podi dove giocare, sdraiarsi, fotografarsi o contemplare un monumento unico“. Fine quest’ultimo sicuramente da apprezzare, sottolineato dalla direzione scientifica dell’intervento, che evidentemente lo aveva fra gli obiettivi dell’opera: “La sistemazione dell’area archeologica apre ora ai visitatori un settore del Colosseo finora non percepito, permettendo l’uso pubblico di uno spazio rinnovato”.
La Pavimentazione
Inevitabile però sottolineare una serie di ‘errori’ che congiurano anche contro il fine dichiarato, e da Carandini apprezzato, della stessa leggibilità del monumento.

La pavimentazione, che ora ha una straniante leggera pendenza verso l’esterno (indispensabile per evitare il ristagno delle acque piovane su una superficie un tempo coperta, ma ora esposta) ha una finitura superficiale che appare a taglio di sega, che lungi dal suggerire un piano pavimentale antico, rimanda a un moderno piazzale. La trama delle lastre, che avrebbe potuto (e dovuto) segnalare in proiezione a terra l’andamento delle strutture voltate sovrastanti, ha un andamento indifferenziato, da anonimo piazzale moderno a cielo aperto. Non tale da suggerire, come nelle intenzioni, che ci si trova in uno spazio un tempo coperto. Nessuna distinzione del passaggio in antico fra spazio coperto e anello perimetrale scoperto.
I Prismi – Pilastri
I prismi a base quadrata che dovrebbero segnalare le basi dei pilastri, anche loro non riescono a trasmettere la loro natura di simulacri degli originari piedritti, e riscuotono le critiche del pur benevolo Carandini: “erano possibili due scelte: una più realistica, con pilastri di due misure poggianti sul pavimento, come suggerivano i resti dei pilastri conservati; una più simbolica, cioè quella scelta, di posizionare cubi uguali e sollevati dal pavimento, volti solo a suggerire le presenze perdute”. Non contenti, i progettisti, non è chiaro il perché, li hanno sollevati da terra con un restringimento della base, sottolineato da un’incongrua fascia metallica.

Pur a fronte di una spesa non indifferente, si è operata una scelta al risparmio nella tecnica esecutiva. Per quel che è possibile giudicare a lavoro finito i prismi sono costituiti da un nucleo interno (in cemento?), semplicemente ‘rivestito’ (!) di lastre dello spessore di pochi centimetri, laddove ci si sarebbe aspettati di vederli costituiti da blocchi bocciardati o ‘a spacco’. Una soluzione da ‘arredo urbano’, o da giardino privato, più che evocazione, sia pure simbolica, di elementi architettonici antichi all’interno di uno spazio pubblico storico, fra i più famosi al mondo.
Creare uno spazio pubblico

Ma forse – se si guarda alle intenzioni dichiarate dai progettisti e già ricordate più sopra (creare uno spazio pubblico vivo, di restituire un’area di sosta e di vita urbana) – tutto appare più chiaro. Ciò che si aveva in mira non era una ricostruzione evocativa dello spazio perduto di questa parte del Colosseo, che desse al visitatore la nozione di ciò che gli scavi e gli studi hanno permesso di capire (forse anche perché lo scavo non ha permesso di avere dati sicuri e sufficienti), ma quella di creare a ridosso del monumento, “uno spazio pubblico più accogliente, pieno di podi dove fosse possibile giocare, sdraiarsi, fotografarsi”.

E se ci si chiedesse infine come mai per l’affidamento della progettazione di questo intervento la scelta sia caduta su uno studio come “Stefano Boeri Interiors” (non esattamente dei professionisti specializzati nel campo degli edifici antichi), la risposta sta forse in questo intento, che si proponeva come primo obiettivo una sistemazione urbana, la creazione di uno spazio pubblico per la sosta e il riposo. Tutto, ma non restituire, rievocandola sapientemente, la leggibilità architettonica del monumento antico. Ciò che infatti non è accaduto.

Bibliografia
R. Di Giovangiulio, I lavori di pavimentazione sulla piazza del Colosseo, Bollettino d’Arte, 7, 2010, pp. 135-158
Rea, R., Romano, S., & Santangeli Valenzani, R. (a cura di) (2017). Colosseo. Un’icona. Milano: Electa.
Beste, H.-J. (2018). Gli ipogei del Colosseo. Architettura e funzionamento del sistema sotterraneo dei macchinari scenici. Roma: Deutsches Archäologisches Institut / Campisano Editore.
Parco Archeologico del Colosseo (ed.) (2023–2025). Foro Romano Palatino – Scavi e ricerche. Rivista del Parco archeologico del Colosseo, voll. 1 (2023), 2 (2024), 3 (2025). Roma: L’Erma di Bretschneider.

Un intervento interessante, che mette bene in evidenza il delicato equilibrio tra conservazione, valorizzazione e fruizione del patrimonio archeologico. Interessante soprattutto la riflessione sul rapporto tra il nuovo intervento e la leggibilità storica del Colosseo.
Se si voleva restituire alla città un’area relativamente negletta a ridosso del suo più importante monumento antico, facendone una zona di sosta per turisti e cittadini l’obiettivo mi pare raggiunto. Peccato non si abbia avuto sufficiente coraggio per operare una “anastilosi”, che avrebbe restituito una visione complessiva e suggestiva dell’intero anfiteatro.
Un intervento formalmente elegante, ma concettualmente discutibile: invece di restituire la leggibilità degli ambulacri antichi, sembra aver trasformato una parte del Colosseo in una moderna area di sosta. I prismi rivestiti di travertino evocano più delle panchine di arredo urbano che i pilastri originari. Valorizzare un monumento non dovrebbe significare adattarlo alle esigenze turistiche, ma aiutare il visitatore a comprenderne la storia e l’architettura.
Intervenire con opere moderne su contesti storici è la progettazione più complessa e non priva di rischi che un architetto deve svolgere.
In linea di massima credo che un’opeta architettonica moderna inserita in un contesto storico o addirittura archeologica si possa fare ad una imprescindibile condizione , che il progetto e la sua realizzazione sia essa stessa un’ opera d’arte. Se non si raggiunge questo risultato è meglio la semplice conservazione. L’ intervento, seppur mosso da un criterio informatore filologico giusto viene, a mio giudizio è tradito dal materiale troppo nuovo e non monolitico. Il tempo tuttavia invecchierà i materiali naturalmente e l’impatto sarà mitigato.
Un intervento estraneo alla disciplina archeologica e del restauro dettato esclusivamente da una logica volta al “consumo del monumento come bene a reddito”, non alla fruizione, non alla divulgazione. Una linea di pensiero da stimatizzare con fermezza.
Concordo nella lettura di un intervento auto referenziato che non sceglie il dialogo con il Colosseo : imponente preesistenza che viene tradito inoltre da una tecnica esecutiva di superficiale esecuzione. Lastre assemblate e tonalità di pietre enormemente prevalenti rispetto alla cromia delle preesistenze! Infine grandi studi di Architettura dimenticando i seppur silenziosi , a volte, professionisti del Restauro e della Conservazione dell’antico. Da riflettere per non replicare una strada francamente impropria
L’intervento, anche se finalizzato alla lettura e comprensione degli ambulacri mancanti, proposito di per sé lodevole per i visitatori, è finito in realtà a snaturare l’impatto visivo del fronte nord del monumento, per le caratteristiche da arredo urbano, vere e proprie sedute per il pubblico, realizzate con materiale trattato con tecniche da edilizia contemporanea. Si sarebbero potuti utilizzare blocchi di travertino, bocciardati, correttamente sagomati secondo la linea dei pilastri originari, e soprattutto non più alti di venti centimetri, così da non trasformarli in delle sedute. Forse non ci si sarebbe dovuti affidare all’architetto Boeri, prestigioso in altri contesti, ma non formato alle regole del restauro archeologico, ma semplicemente ad uno dei bravi architetti della Soprintendenza.
Intervento perfettamente in linea con tanti attuali ultimamente a Roma , dalle sciagurate fontane a raso in poi, tendenti ad una banalizzaziome dell”arreddo urbano ispirata a standard internazionali e tendente a privilegiare una fruizione ludica piuttosto che culturale dello spazio monumentale.
Sono sostanzialmente d’accordo con il testo della redazione, che trovo equilibrato fra critiche e apprezzamenti. Concordo inoltre sul fatto che interventi di questa portata debbano essere preceduti da indagini archelogiche, come si è fatto in questo caso. Sarà ora necessario approndirne metodologie e risultati, per dare una valutazione complessiva.
Interessanti le osservazioni sul recente assetto che viene dato a piazze e monumenti della capitale. Argomento che riguarda scelte scivolose in bilico tra tutela e turismo di massa che possono stridere per freddezza con la specificità e l’atmosfera di Roma favorendo incomprensioni e usi impropri. Pare sia previsto un incontro di studio sull’argomento. Per fortuna!Speriamo non sia troppo tardi !”
Margherita Bedello
Poco da aggiungere all’articolo, che segna bene la distanza fra l’opera attenta e colta dei funzionari scientifici e dei tecnici della Soprintendenza (oggi Parco del Colosseo) e un intervento che non appare ispirato dagli studi approfonditi che l’importanza del monumento avrebbe richiesto. L’accuratezza e l’acribia della ricerca archeologica si contrappongono a un’operazione di ‘restauro’, che esce sconfitta nel confronto. Si è persa l’occasione di offrire una lettura del monumento efficace e corretta filologicamente, che fosse al tempo stesso uno spazio disponibile al recupero fisico e alla ricreazione dei visitatori. Si è puntato solo alla seconda, con un risultato che appare comunque svogliato e banale, con soluzioni più da arredo urbano di periferia, che adeguati all’importanza dell’area. Occorre riflettere sulle modalità di affidamento di opere del genere, per le quali troppo di rado si fa ricorso allo strumento dei concorsi di progettazione. Come del resto induce a pensare un altro intervento, vicinissimo in linea d’aria al Colosseo: quell’Antiquarium del Celio, sul quale si è a lungo esitato per la delicatezza del tema ad adottare una soluzione, e che ora si concretizza in tempi brevissimi, senza dibattito preliminare, né un procedimento di evidenza pubblica per l’affidamento. Che si accinge ad affacciarsi in tutta la rutilanza dei suoi materiali sulla valle fra il Palatino e il Celio, contrapposto alle strutture della Vigna Barberini e dell’Acquedotto Neroniano. Si resta stupefatti, dopo che anni di esitazioni e prudenza per la delicatezza del luogo e dell’edificio storico hanno paralizzato ogni iniziativa, vedendo, di colpo, nel silenzio generale, materializzarsi un intervento che non passerà inosservato.
A mia volta concordo con chi ha sottolineato come il testo della Redazione – nel sottile equilibrio di trovare elementi di validità e di dissenso all’intervento qui in esame – abbia ben indicato, sia pure con garbo, le indubbie criticità. Ctiticità che sono ben evidenti e che risultano essere sia formali (come, per esempio, il sollevamento da terra dei c.d. prismi “…con restringimento della base sottolineato da una fascia metallica”), sia sostanziali (“nessuna distinzione del passaggio in antico fra spazio coperto e anello perimetrale scoperto”). Il tutto poi realizzato non con “…blocchi [di travertino] bocciardati o a ‘spacco’”, bensi con lastre di rivestimento aventi pochi centimetri di spessore e poste su nucleo interno. Quindi è venuta a mancare quella coerenza ‘lessicale’ che l’importanza del monumento reclama!
In definitiva, un intervento che pare estraneo sia alla disciplina archeologica, sia e soprattutto a quella dell’azione sul monumento da intendersi come ‘atto’ da svolgersi su contesti architettonici, archeologici e anche urbanistici, indubbiamente complessi, ma che, proprio perché tali, reclamano un’adeguata (e corale) valutazione per addivenire ad appropriata soluzione.
Partirei dall’inizio. Come responsabile del Colosseo, della piazza e degli interventi metroC inserii tra le opere compensative della metro un intervento di riqualificazione del settore meridionale dell’anfiteatro allo scopo di sottrarlo alla piazza e restituirlo al monumento. L’intento perseguito era, dunque, la ricomposizione dello spazio monumentale alle sue quote originarie. Il primo passo fu l’indagine archeologica che interessò, durante la mia cura, parte dell area, condotta in collaborazione con l Università di Roma Tre nella persona del prof Santangeli Valenzani. Come noto, un analogo intervento di scavo e restauro filologico era stato eseguito alla base degli accessi Stern e Valadier nel 2009/10. Intervento che personalmente ritenevo prodromico all’estensione sull intera area meridionale. Mi rendo conto che tempi e forse costi sarebbero sarebbero stati maggiori rispetto all’intervento attuale, ma in questo caso si sarebbe potuto selezionare altre opzioni. La più semplice ripavimentare alle quote originarie senza inserire le impronte dei pilastri, demandando alla crepidine perimetrale la funzione di sosta per il pubblico. Più articolata, se l intenzione era rendere consapevoli i visitatori di transitare dentro il monumento, sarebbe stata la riproposizione a terra dei corridoi di accesso all anfiteatro. Ma, in generale, ormai la tecnologia consente di illustrare con vari metodi al visitatore una realtà da secoli perduta. L’ attuale sistemazione segna un passo indietro rispetto al progetto originario e rispetto all intervento diretto da Piero Meogrossi e ha l unico pregio di avere restituito al monumento il suo spazio. Sicuramente reversibile, ma è una occasione persa. Si può e si deve fare di più
Come archeologa e funzionario della ex Soprintendenza Archeologica di Roma, che includeva il Colosseo, ho in parte seguito, dall’esterno, i lunghi e impegnativi scavi preliminari, sempre condotti secondo i più rigorosi metodi scientifici. Negli estesi cantieri si è sempre lavorato sotto il controllo diretto dei funzionari del Parco, archeologi e architetti che conosco e stimo da tanti anni. Notizie preliminari dei risultati degli scavi sono state già date nel corso di convegni, in attesa della loro pubblicazione. Poco ho seguito la realizzazione del Progetto di riqualificazione, che copre una superficie di ben 1300 metri quadrati, e che è stato affidato al noto studio di architetti Stefano Boeri Interiors. L’intervento di ricostruzione e ripristino che è stato realizzato ha suscitato giudizi controversi, come confermano i commenti lasciati in calce all’articolo. Commenti che hanno il merito di aprire o almeno contribuire a sviluppare un dibattito vivace su un tema molto importante ed attuale, quello sul restauro dei monumenti antichi in generale, e soprattutto di quelli inseriti in un contesto archeologico e storico delicatissimo e unico, come quello dell’Area Archeologica centrale di Roma. Sul restauro effettuato non entro nel merito, ma ritengo utile segnalare che per una migliore comprensione dell’intervento di ricostruzione effettuato e’ necessario innanzitutto offrire una sua migliore illustrazione didattica, comprensiva di testi e piante, ad uso delle migliaia di turisti che quotidianamente visitano il Colosseo. Ciò detto, con grande soddisfazione ho visto che il Parco Archeologico del Colosseo ha promosso e organizzato, nei giorni 26 e 27 novembre 2026, nella Curia del Foro romano, un Convegno di studi dal titolo “ Il Colosseo e la nascita del restauro moderno. Bicentenario dello Sperone Valadier (1826–2026)” . Spero che tale convegno possa essere una sorta di introduzione ad una serie di giornate di studio, finalizzate a individuare criteri di condivisione per il restauro dei monumenti antichi, criteri che tengano conto anche delle differenti esigenze del tempo in cui viviamo. È infatti a mio avviso indispensabile cercare un nuovo equilibrio, sostenibile e intelligente, tra la conservazione della testimonianza storica, la tutela ambientale e la fruizione del pubblico.
Il passare del tempo migliorerà certamente l’effetto da piazza post giubilare, e sempre col tempo ci abitueremo a questa nuova immagine del Colosseo con questo spazio estraneo e giustapposto che a stento riesce ad indicare ai turisti la posizione dei pilastri e delle volte perduti. L’operazione concettuale è simile a quella del cretto di Burri per Gibellina, ma il taglio del marmista ricorda un po’ i grandi ossari di un cimitero militare.
Eppure, ogni notte d’estate coppie di innamorati distesi al chiar di luna su quei pallidi, freschi triclini rinnovano il grande fascino romantico del monumento.