“Accadde a Tivoli”, Roberto Borgia racconta trenta secoli di storia attraverso cinque delitti

“Accadde a Tivoli”, Roberto Borgia racconta trenta secoli di storia attraverso cinque delitti

Cinque delitti immaginari attraversano trenta secoli di storia tiburtina in “Accadde a Tivoli” di Roberto Borgia. Il volume intreccia racconto giallo e divulgazione, portando il lettore dalle origini della città al Novecento, tra luoghi conosciuti e vicende da scoprire.

“Accadde a Tivoli” di Roberto Borgia: cinque epoche tra storia e mistero

Ville, templi, cascate e strade diventano lo scenario di enigmi che cambiano insieme alla città. Il primo racconto conduce nella Tivoli arcaica, tra le capanne del colle e il guado dell’Aniene. Qui i tre fratelli argivi Tiburto, Catillo e Cora si ritrovano al centro di un delitto sacrilego che mette in pericolo la comunità appena fondata.

La narrazione si sposta poi nell’estate del 1566, fra i cantieri ancora incompiuti di Villa d’Este. Il cardinale Ippolito II d’Este deve fare i conti con un delitto che porta la violenza fin dentro le proprie stanze. Un’altra indagine prende forma nel 1591, quando la carestia affligge Tivoli: il ritrovamento di un cadavere negli Horti Estensi coinvolge il dottor Nicodemi in una ricerca che intreccia medicina, memoria storica e diritto.

Gli ultimi due racconti accompagnano il lettore nel Novecento. Alla Locanda della Sibilla, tra il tempio di Vesta e la grande cascata, due celebri investigatori d’oltremanica affrontano un mistero che lega Tivoli all’Inghilterra. Nel settembre del 1925 arriva invece un ladro gentiluomo, sulle tracce di una spada tempestata di zaffiri appartenuta a un condottiero tiburtino.

Il primo esperimento narrativo dell’autore e dove trovare il libro

A tenere insieme le cinque vicende è Tivoli, protagonista attraverso il suo paesaggio, le trasformazioni e le tracce del passato. Secondo la presentazione del volume, ogni racconto poggia su una documentazione storica, topografica e artistica verificata. Su questa base si inserisce l’invenzione narrativa, che costruisce personaggi e situazioni per avvicinare il lettore alla storia cittadina.

Per Roberto Borgia, impegnato dall’età di sedici anni nella divulgazione della storia e dell’arte di Tivoli, il libro segna un nuovo passaggio. Dopo decenni dedicati a saggi, edizioni commentate e cataloghi, l’autore sperimenta per la prima volta la divulgazione attraverso il racconto, affidando al giallo il compito di accompagnare la scoperta dei luoghi e delle epoche.

“Accadde a Tivoli. Cinque delitti, trenta secoli di storia tiburtina”, pubblicato nel 2026, conta 228 pagine. Il volume è disponibile su Amazon e presso Galleria Novanta, in via del Trevio 90 a Tivoli.

I primi paragrafi di “Accadde a Tivoli. Cinque delitti, trenta secondi secoli di storia tiburtina”

“Capitolo I: Il sangue tra i damaschi di Tivoli“

Era la fine di giugno dell’anno del Signore 1566. L’estate aveva steso sulle colline di Tivoli una cappa di calura vibrante, e le acque delle fontane già funzionanti della nuova villa d’Este parevano recare un graditissimo ristoro nella quiete delle giornate lunghe. Attorno ad esse, tuttavia, la villa era ancora un cantiere: muri, terrazze e giardini prendevano forma sotto le mani di una moltitudine d’artefici, mentre altre fontane, statue e meraviglie d’acqua non erano ancora che disegni, pietre sbozzate e progetti nella mente di Pirro Ligorio.

Il cardinale Ippolito II d’Este si era ritirato sdegnosamente nella sua dimora tiburtina, cercando un provvidenziale distacco dai primi, aspri mesi del pontificato di Pio V. Dinanzi al rigore inflessibile del nuovo papa inquisitore, che già faceva tremare i palazzi dell’Urbe con i suoi decreti contro la magnificenza dei porporati, l’alto prelato ferrarese aveva preferito allontanarsi temporaneamente dalla corte papale durante la stagione della malaria; tra quelle mura ancora incompiute, simulando una totale dedizione all’avanzamento della fabbrica che voleva trasformare in una delle più straordinarie meraviglie d’Italia, egli andava in verità tessendo le sue prime, cautissime contromisure politiche per proteggere i propri benefici e l’onore del casato. Né le cure della corte ferrarese gli erano venute meno: in quell’anno, mentre il duca Alfonso II attendeva ai preparativi della spedizione d’Ungheria contro i Turchi, Ippolito doveva mantenere da Tivoli continui contatti con Ferrara, ricevendo quasi ogni giorno lettere, dispacci e ambascerie sulle cose del ducato, in vista della reggenza che presto sarebbe ricaduta su di lui. La lontananza dalla città estense non era dunque ozio, ma una deliberata distanza dalla quale il porporato poteva seguire, con prudenza, tanto gli affari della Chiesa quanto quelli della propria casata. Proprio per trovare un momentaneo sollievo da quelle pressanti cure di Stato, il porporato si era isolato nelle stanze più interne dei suoi appartamenti. Eppure, il profumo intenso e avvolgente dell’acqua di rose, sprigionato con generosità dai grandi bracieri d’argento sbalzato posti agli angoli del camerino, non riusciva a sopraffare l’odore metallico, ferroso e leggermente dolciastro del sangue fresco.

Quello studiolo privato, attiguo alla camera da letto del prelato ferrarese, era di norma un luogo di silenziosa meditazione e calcolo politico, ma quella notte si era trasformato nella scena di una morte che, a prima vista, aveva tutte le apparenze di un crimine efferato. Nella penombra profonda della stanza, rischiarata a malapena dai guizzi di quattro alti candelabri di bronzo, le fiamme tremolanti proiettavano ombre lunghe e sinistre sui paramenti di prezioso damasco cremisi affissi alle pareti. La luce fioca si rifletteva sulle frange d’oro zecchino che facevano da fregio ai tessuti, creando bagliori intermittenti che sembravano quasi ridere della tragedia consumatasi sul pavimento.

Il porporato osservava la scena immobile, avvolto nella sua dignità ieratica. Egli, che nella giustizia era da tutti stimato come un incorrotto Aristide e che a somiglianza d’un altro Socrate non era mai stato visto turbato nel sembiante, mostrava una faccia immobile e composta in tanta gravità, benché l’animo fosse travagliato da smisurato affanno. A tradire quel fiero contegno vi era soltanto il tremito intermittente della mano destra, costretta ad artigliare il bracciolo della sedia per un’improvvisa e acuta fitta di chiragra alle giunture, quel malanno aspro, nato dalla medesima podagra che da tempo ne tormentava l’organismo debilitato dalle fatiche curiali.

Ai suoi piedi giaceva il cadavere disteso di mastro Ludovico De Negri, il capo idraulico della villa — fratello del rinomato mosaicista Gian Giacomo, detto il Tivolino — e da sempre affiancato nelle sue fatiche dal fido collega mastro Andrea Romano, fontaniere, l’unico uomo che, supportato da una fedele squadra di collaboratori, possedeva il genio e l’esperienza necessari per domare e incanalare la forza impetuosa del canale d’Este, derivato direttamente dal corso del fiume Aniene. Il corpo, trascinato fin nel camerino privato del cardinale, era stato abbandonato lì con deliberata insolenza. Un pugnale della misericordia, caratterizzato da un’impugnatura d’argento finemente cesellata, gli trafiggeva il petto magro e ossuto da parte a parte. L’arma penetrava obliquamente dal basso, con un’angolazione insolita che spingeva la punta verso la clavicola sinistra. Sul momento, la violenza apparente del colpo e la lama ancora conficcata nel corpo non lasciarono dubbi sul delitto, suggerendo il cieco e brutale impeto d’un sicario possente. Chiunque lo avesse abbandonato in quel luogo sacro alla quiete del porporato lo aveva fatto con deliberata insolenza, quasi a voler lanciare un oscuro monito…”

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Redazione

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