Tivoli: in pericolo gli affreschi della chiesa di San Giovanni Evangelista
La Società Tiburtina di Storia e d’Arte ha espresso preoccupazione per lo stato di conservazione degli affreschi quattrocenteschi nel presbiterio della chiesa di San Giovanni Evangelista, annessa all’ospedale di Tivoli.
di
Francesco Ferruti, Vicepresidente della Società Tiburtina di Storia e d’Arte
La storia della chiesa e la realizzazione degli affreschi
Gli affreschi, dei quali è nota la grande importanza sotto il profilo storico-artistico, stanno subendo seri danni a causa dell’umidità proveniente dalle coperture, che non sono in grado di assicurare un corretto e completo smaltimento delle acque, provenienti dalle precipitazioni atmosferiche, che proprio negli ultimi mesi sono state particolarmente intense.
Intanto facciamo un passo indietro nel tempo giungendo al 1337, quando i frati dell’ordine dello Spirito Santo, che gestivano l’ospedale presso la chiesa di San Nicola al Colle, dipendente dall’arcispedale romano di Santo Spirito in Sassia, ottennero la chiesa di San Cristoforo, con le costruzioni e il terreno annessi, per stabilirvi un nuovo ospedale. La chiesa di San Cristoforo era orientata in senso ortogonale rispetto a quella attuale di San Giovanni, con la facciata verso l’interno della città e l’abside verso le mura urbane; ad essa appartenevano gli affreschi venuti alla luce nel 1969 sulla parete destra della chiesa odierna, durante i lavori di restauro condotti dalla Soprintendenza ai monumenti del Lazio sotto la direzione dell’arch. Luciana Gaudenzi, che – almeno a quanto sappiamo – costituiscono gli ultimi interventi operati sull’edificio. Gli affreschi, databili al XIV secolo, ma mai adeguatamente studiati, raffigurano sant’Antonio Abate e un santo non identificato.

Tra la fine del XIV sec. e l’inizio del XV, i frati dello Spirito Santo lasciarono la gestione dell’ospedale alla confraternita di San Giovanni Evangelista, che vi appare già insediata nel 1424. Successivamente la confraternita fece ricostruire la vecchia chiesa di San Cristoforo nell’assetto attuale, dedicandola anch’essa all’Evangelista. Sempre all’iniziativa della confraternita, secondo gli studi più recenti, si deve l’esecuzione degli affreschi nel presbiterio, quelli ora minacciati dall’umidità. Com’è noto, raffigurano sulla parete sinistra l’Assunzione della Vergine, su quella destra la Natività di san Giovanni Battista e Il padre Zaccaria che ne scrive il nome prima di riacquistare la parola, al centro della volta a crociera il Cristo benedicente e, sulle vele, i quattro Evangelisti e i quattro Dottori della Chiesa (san Giovanni con san Gregorio Magno, san Marco con sant’Agostino, san Matteo con sant’Ambrogio e san Luca con san Girolamo). Nel sottarco tra il presbiterio e la navata sono rappresentate le dodici Sibille, tra cui la Tiburtina con i capelli biondi, e, in uno dei pilastri sottostanti, San Domenico, che secondo la tradizione avrebbe celebrato nella chiesa di San Cristoforo.

La parete di fondo del presbiterio è priva di figurazioni, sostituite da una finta abside in prospettiva, che inquadra l’edicola dell’altare maggiore. Questa contiene una statua dell’Evangelista in terracotta invetriata, attribuita da Filippo Alessandro Sebastiani nel suo Viaggio a Tivoli (Foligno 1828) al celebre ceramista Mastro Giorgio (Intra 1465/70 – Gubbio 1555) e ora, più probabilmente, a una bottega veneta dell’inizio del ’500. L’opera era stata donata dal tiburtino Vincenzo Leonini, che nel 1516 aveva commissionato anche il portale della chiesa di San Biagio. Si può pensare che questa statua fosse circondata da una serie di affreschi sulla vita di san Giovanni Evangelista, perché altrimenti non si spiegherebbe la singolarità di una chiesa a lui dedicata ma decorata con affreschi riferiti a san Giovanni Battista.

A questa presunta mancanza si rimediò nel XVI sec., quando la parte alta delle pareti della navata fu affrescata con episodi del Nuovo Testamento e della vita dell’Evangelista, che sono concordemente attribuiti al pittore fiorentino Francesco Salviati (1510-1563) e necessitano anch’essi di un restauro.

Problemi di attribuzione e di conservazione nei secoli passati
Ma torniamo adesso agli affreschi danneggiati, che per il loro valore artistico hanno suscitato un precoce interesse negli storici di Tivoli, che in un primo momento li hanno attribuiti ai maggiori pittori della scuola umbra del ’400. Infatti Giovanni Carlo Crocchiante, nella sua Istoria delle chiese della città di Tivoli (Roma 1726), li assegnò al Perugino (Pietro Vannucci, Città della Pieve 1450 circa – Fontignano 1523), come riferisce anche il Sebastiani nell’opera che abbiamo già citato, anche se poi quest’ultimo preferì ascriverli al Pinturicchio (Bernardino di Betto, Perugia 1454 – Siena 1513). Tale attribuzione fu accolta da Francesco Bulgarini, il fondatore dell’omonimo Premio, nelle sue Notizie… intorno all’antichissima città di Tivoli e suo territorio (Roma 1848), seguito dal canonico Stanislao Rinaldi, autore di una Guida a Tivoli divisa in due parti, pubblicata a Roma nel 1855. Sorprende che il giudizio dei due storici locali sia stato condiviso da uno studioso del valore di Corrado Ricci nella sua monografia su Pintoricchio (Paris 1903).

È interessante notare, fra l’altro, che tanto il Sebastiani quanto il Bulgarini si soffermano sullo stato di conservazione degli affreschi, che deve aver costituito un problema ricorrente: il primo osserva che quelli delle pareti laterali erano “un poco guasti dall’umido, e da’ ritocchi”, mentre il secondo, riprendendo quasi alla lettera l’affermazione del Sebastiani, aggiunge che era stato “già fatto qualche ristauro al tetto della chiesa, e lavori per togliere l’umidità ai muri”, forse imputabile alla vicinanza dell’Aniene. I problemi di conservazione dovuti all’umidità sono rilevati ancora da Attilio Rossi nel suo volume su Tivoli (Bergamo 1909), anche se doveva trattarsi sicuramente di danni meno rilevanti di quelli verificatisi successivamente. Se infatti confrontiamo la foto dell’Assunzione, pubblicata da Rossi, con quelle più recenti, ci accorgiamo che la parte inferiore dell’affresco è stata quasi completamente “mangiata” dall’umidità di risalita, specialmente sul lato destro, prima che i restauri del 1969 salvassero il salvabile.

Gli studi sugli affreschi nel ’900
Ed è proprio ad Attilio Rossi che si deve un più preciso inquadramento storico-artistico degli affreschi, con la loro attribuzione ad Antonio Aquili detto Antoniazzo Romano (Roma 1435/40-1508), sostenuta per la prima volta nella rivista L’arte del 1904 e ribadita cinque anni dopo nella monografia su Tivoli che abbiamo ricordato in precedenza. La sua ipotesi fu accolta da storici dell’arte di fama internazionale, come Bernard Berenson e Roberto Longhi, mentre Adolfo Venturi, nella sua Storia dell’arte italiana, li aveva assegnati a un pittore “ben superiore ad Antoniazzo” e “vicino a Melozzo ben più di quel che mai [Antoniazzo] sia stato”.
In effetti, la vicenda attributiva degli affreschi tiburtini ha visto una continua oscillazione tra il maestro romano e quello di Forlì. Negli anni ’30 del ’900, quindi, Vincenzo Pacifici, il fondatore della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, li attribuì allo stesso Melozzo da Forlì (1438-1494), basandosi su alcuni elementi, come i legami di questo pittore con papa Sisto IV (1471-1484), che a giudizio dello studioso sarebbe stato il committente degli affreschi. Nel volto di San Gregorio, infatti, il Pacifici aveva ravvisato il ritratto dello stesso pontefice, che inoltre era particolarmente devoto della Vergine assunta in cielo, tanto da averle dedicato la Cappella Sistina. Quest’ultimo dato avrebbe spiegato la presenza dell’Assunzione di Maria sulla parete sinistra del presbiterio, presenza che invece – a mio giudizio – si comprende meglio se consideriamo che l’ospedale di San Giovanni ha sempre costituito una delle tappe della processione che si svolge la sera del 14 agosto, vigilia dell’Assunta, culminando nell’Inchinata.

Nel ricamo dell’asciugamano tenuto dall’ancella nella scena della Nascita del Battista, infine, Pacifici ravvisò la firma di Melozzo e l’anno 1475, quello in cui sarebbero stati eseguiti gli affreschi. La sua interpretazione non è stata accolta dagli studiosi successivi, anche perché le indagini di una storica dell’arte tiburtina, Luciana Palozza, hanno definitivamente dimostrato che l’iconografia e le profezie delle Sibille sono tratte da un’opera del frate domenicano Filippo Barbieri, Discordantiae sanctorum doctorum Hieronymi et Augustini; Sibyllarum et prophetarum de Christo vaticinia (Discordanze dei santi dottori Girolamo e Agostino; Vaticini delle sibille e dei profeti su Cristo), come aveva già intuito nel 1899 lo storico dell’arte francese Émile Mâle (1862-1954). Il testo fu pubblicato nel 1481, che costituisce così il terminus post quem, cioè l’anno dopo il quale sono stati realizzati gli affreschi tiburtini.

La maggior parte degli studiosi, infatti, concorda nel datarli verso la metà del nono decennio del sec. XV, confermando la loro attribuzione ad Antoniazzo, anche se in un periodo in cui era fortemente influenzato dal maestro di Forlì, con il quale aveva collaborato alla decorazione della biblioteca papale “segreta” proprio nel 1481. È stata di questo parere anche Anna Cavallaro, alla quale si deve la più recente messa a punto sull’attività di Antoniazzo, con un corposo saggio inserito nel catalogo della mostra Antoniazzo Romano Pictor Urbis, svoltasi a Roma tra il novembre 2013 e il febbraio 2014. La studiosa, che è considerata la massima esperta del pittore romano, data tuttavia gli affreschi di Tivoli all’ultimo decennio del XV sec., distinguendo quelli della volta, in cui riconosce la mano di Antoniazzo, da quelli delle pareti laterali, dove avverte maggiormente l’intervento di collaboratori, che nell’Assunzione rivelano influenze umbre, mentre nelle due scene della Vita del Battista denotano influssi toscani, derivanti dal Ghirlandaio e da altri pittori attivi nella Cappella Sistina. Dall’attribuzione ad Antoniazzo si è invece discostato Roberto Cannatà, che ha assegnato gli affreschi a una personalità intermedia tra il pittore romano e quello forlivese, da lui denominata convenzionalmente “Maestro di Tivoli”. La sua proposta, però, non ha avuto seguito, perché le opere attribuite a questo pittore anonimo costituiscono in realtà “i più alti capolavori dell’Aquili”, che negli affreschi tiburtini mostra una “forte suggestione melozzesca” (Antonio Paolucci), riscontrabile particolarmente nelle figure degli apostoli dell’Assunzione (Cavallaro).

Osservazioni conclusive
Le osservazioni degli ultimi due studiosi mi hanno indotto, già da alcuni anni, a non escludere completamente la mano di Melozzo, che nell’Ascensione affrescata nell’abside della basilica dei Santi Apostoli a Roma (1472-74) aveva raffigurato di spalle almeno uno degli apostoli che assistevano alla scena. Ritroviamo infatti la stessa posizione in tre degli apostoli che contemplano l’Assunta nell’affresco tiburtino. In ultima analisi, si potrebbe attribuire la decorazione del presbiterio della chiesa di San Giovanni a una stretta collaborazione tra Antoniazzo e Melozzo, come aveva già ritenuto Gisela Noehles-Doerk nel suo Antoniazzo Romano: Studien zur Quattrocentomalerei in Rom, pubblicato a Königsberg nel 1973. La questione rimane pertanto aperta, e i restauri ai quali gli affreschi dovranno essere necessariamente sottoposti, per eliminare i danni dell’umidità, potrebbero costituire l’occasione favorevole per condurre nuove ricerche, alle quali la Società Tiburtina di Storia e d’Arte è pronta a collaborare.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Attilio ROSSI, “Opere d’arte a Tivoli” (2a parte), in L’arte, VII, 1904, pp. 146-157 e “Tivoli” (Italia artistica, 43), Bergamo 1909, pp. 119-132.
- Vincenzo PACIFICI, “Un ciclo di affreschi di Melozzo da Forlì”, in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, XI-XII, 1931-32, pp. 161-181 e “La sigla di Melozzo e il ritratto di Sisto IV negli affreschi di S. Giovanni”, in Atti e Memorie cit., XIII-XIV, 1933-34, pp. 293-294.
- Antonio PAOLUCCI, “Antoniazzo Romano. Catalogo completo dei dipinti”, Firenze 1992, p. 19 e pp. 96-101.
- Anna CAVALLARO, “Antoniazzo Romano, pittore «dei migliori che fussero allora in Roma»”, in Antoniazzo Romano Pictor Urbis, 1435/1440 – 1508, a cura di Anna Cavallaro, Stefano Petrocchi (Catalogo della mostra, Roma, Palazzo Barberini, 1° novembre 2013 – 2 febbraio 2014), Cinisello Balsamo 2013, pp. 20-47 (in particolare p. 38).
- Giovanni RUSSO, “Antoniazzo Romano” (Tesi di dottorato, Università degli Studi di Napoli “Federico Il”, Dipartimento di Studi Umanistici, a.a. 2013-14), pp. 268-275 (consultabile al link http://www.fedoa.unina.it/10372/1/G.Russo_Antoniazzo%20Romano.pdf).
- Francesco FERRUTI, “Il contributo degli «Atti e Memorie» agli studi di storia dell’arte”, in Atti e Memorie della Società Tiburtina di Storia e d’Arte, XCIII, 2020, pp. 441-470 (in particolare le pp. 444-446).
- Fabiana MARINO, “San Giovanni Evangelista”, in Fabiana MARINO, Lucrezia UNGARO, Tivoli. Crocevia di Storia e Fede, a cura di L. Ungaro, Roma 2025, pp. 91-97.
