Casal Bernini. Il Colonnato di San Pietro all’inizio del viaggio verso l’eternità
Muovendo da fonti storiche che documentano la scelta del travertino per il Colonnato di San Pietro, la riflessione ricostruisce il possibile passaggio di Gian Lorenzo Bernini a Casal Bernini, intrecciando ricerca documentaria e narrazione letteraria per restituire il valore storico, simbolico e umano di una visita che lega il “padron del mondo” alle origini materiali del suo capolavoro più universale.
di
Antonio Capitano
Ci sono luoghi che custodiscono la memoria dei grandi eventi e altri che, pur avendone reso possibile la nascita, restano ai margini della storia. Casal Bernini appartiene a questa seconda categoria. Il suo nome sopravvive nella campagna tra Tivoli e Guidonia Montecelio come un’eco lontana del Seicento, quasi un sussurro che il tempo non è riuscito a cancellare. Eppure proprio qui, lontano dallo splendore delle logge pontificie, dal fasto delle cerimonie solenni e dalle navate della Basilica Vaticana, potrebbe essere iniziata una delle pagine più affascinanti dell’arte occidentale.
Prima che il Colonnato di Piazza San Pietro prendesse forma, prima che centinaia di colonne disegnassero l’abbraccio monumentale destinato ad accogliere milioni di pellegrini, prima ancora che il primo blocco raggiungesse Roma lungo l’antica via Tiburtina, esisteva soltanto una montagna di travertino. Era una pietra silenziosa, antichissima. Una pietra che aspettava il suo destino.
Oggi la si osserva distrattamente nelle architetture della Capitale, ma pochi immaginano quale fosse il suo aspetto quando giaceva ancora nella cava. Il travertino non possiede la perfezione compatta del marmo. La sua superficie è viva, attraversata da minuscole cavità lasciate dall’acqua che, per migliaia di anni, ha depositato lentamente carbonato di calcio intorno a foglie, rami, canne e muschi. Toccarlo significa sfiorare una pietra che porta impressa la memoria dell’acqua, del tempo e della terra. La sua pelle alterna zone lisce e porose, calde alla luce del sole, fredde nelle prime ore del mattino, quando la rugiada si posa ancora sulle grandi bancate estrattive.
Nelle cave tiburtine il paesaggio era dominato da un bianco quasi accecante. Le pareti, alte decine di metri, riflettevano la luce fino a costringere gli uomini a socchiudere gli occhi. L’odore dello zolfo proveniente dai laghi Regina e Colonnelle si mescolava alla polvere sottile che rimaneva sospesa nell’aria dopo ogni colpo di mazza. Il rumore del ferro contro la roccia era continuo, profondo, ritmato come il battito di un immenso cuore sotterraneo. Ogni colpo produceva una vibrazione che attraversava il banco di pietra e risaliva fino alle braccia dei cavatori, uomini temprati dalla fatica, consapevoli che ogni blocco estratto poteva significare il pane per la famiglia oppure la morte, perché il lavoro nelle cave non concedeva errori.
Fu in questo scenario che, probabilmente, comparve un giorno un uomo diverso da tutti gli altri. Non indossava gli abiti consunti dei cavatori. Non impugnava scalpelli né mazze.
Aveva lo sguardo di chi era abituato a vedere ciò che ancora non esisteva. Era Gian Lorenzo Bernini.
Nel Seicento il suo nome aveva ormai superato ogni confine. Aveva conquistato Roma, lavorava per i pontefici, era richiesto dalle grandi corti europee e Luigi XIV lo aveva chiamato a Parigi per affidargli il progetto del Louvre. I contemporanei lo definivano con un’espressione che oggi può sembrare enfatica ma che rende perfettamente la misura della sua fama: il “padron del mondo”. Non era soltanto il più grande scultore della sua epoca; era l’artista capace di trasformare il linguaggio della Chiesa in pietra, luce, movimento e spazio. Giovanni Morello, nel volume che significativamente porta proprio questo titolo, ricostruisce la straordinaria parabola di un uomo che seppe attraversare il pontificato di otto papi, interpretando ogni volta le esigenze spirituali e politiche della Chiesa romana.
Barbara Jatta, nella prefazione, coglie il cuore di questa grandezza ricordando come il Vaticano debba a Michelangelo e a Bernini la costruzione della propria immagine universale. Se la cupola michelangiolesca è diventata il simbolo stesso del Papato, il Colonnato e la sistemazione della piazza costituiscono il gesto architettonico con cui la Chiesa si apre simbolicamente all’umanità. Non è soltanto un capolavoro urbanistico: è un manifesto teologico costruito con la pietra.
Questa osservazione permette di comprendere perché una visita alle cave tiburtine non potesse essere un semplice sopralluogo tecnico. Bernini era un perfezionista assoluto.
Non concepiva separazioni tra progetto e materia. Per lui il travertino non era un materiale da costruzione, ma il primo atto dell’opera. Dove altri vedevano un blocco informe, egli intuiva già una colonna, una cornice, una trabeazione. La sua mente era capace di anticipare il futuro della pietra.
Le cronache raccontano che parlava con rapidità, gesticolava, disegnava continuamente. Passava dalla scultura all’architettura con la stessa naturalezza con cui un musicista passa da uno strumento all’altro. Aveva un carattere impetuoso, talvolta difficile, ma possedeva una forza trascinante che gli consentiva di dirigere cantieri immensi e centinaia di maestranze. Nessuno metteva in discussione la sua autorità, perché tutti riconoscevano in lui quella qualità che Baldinucci avrebbe definito un dono della Provvidenza.
È allora facile immaginare lo stupore dei cavatori quando videro arrivare il Cavaliere.
Gli scalpelli rallentano. Le mazze si fermano. La polvere continua a scendere lentamente lungo le pareti della cava.
Gli uomini si tolgono il cappello.
Bernini si avvicina al fronte di estrazione senza fretta. Non osserva soltanto con gli occhi. Appoggia la mano sulla pietra, ne segue le venature, sfiora le cavità lasciate dall’acqua, ascolta il suono che produce il martello battendo leggermente sul banco. Ogni blocco gli restituisce una risposta diversa. Alcuni sono troppo compatti, altri eccessivamente porosi. Cerca un equilibrio difficile: una pietra sufficientemente resistente da sostenere il peso del colonnato e, nello stesso tempo, abbastanza docile da lasciarsi modellare con precisione.
Non sceglie semplicemente il travertino. Sceglie il futuro.
Una fonte ottocentesca ricorda infatti che proprio la cava delle Fosse fu individuata da Bernini per l’estrazione del materiale destinato al Colonnato e che, per agevolare il lavoro degli operai, venne edificata una struttura destinata a ospitare uomini e attrezzature, quella che ancora oggi la tradizione identifica come Casal Bernini.

È da questa testimonianza che prende avvio la mia ricerca. Non per costruire una leggenda, ma per interrogare una memoria che il territorio ha conservato ostinatamente per oltre tre secoli. Quando un luogo continua a tramandare un nome, difficilmente lo fa per caso. La toponomastica è spesso il primo archivio della storia.
Il recente volume di Giovanni Morello offre, in questo senso, una prospettiva preziosa. Nel descrivere la Basilica di San Pietro come il “campo privilegiato” dell’attività berniniana, l’autore mostra come ogni intervento dell’artista fosse parte di un unico grande progetto, nel quale architettura, scultura, liturgia e urbanistica dialogavano senza soluzione di continuità.
Seguendo questa logica, anche Casal Bernini entra a pieno titolo nella storia della Fabbrica di San Pietro. Non come un episodio secondario, ma come uno dei luoghi nei quali il capolavoro cominciò realmente a prendere forma.
Perché il Colonnato, prima di diventare l’abbraccio della cristianità, fu una montagna. Fu acqua trasformata in pietra. Fu il lavoro silenzioso di uomini senza nome. E fu lo sguardo di un genio che seppe riconoscere, dentro quella materia ancora grezza, l’eternità.
Un acquerello di Marianna Scibetta ci restituisce una nuova pagina e soprattutto una scena mai vista prima. La storia continua, come il mistero che rende ancora più stimolante la ricerca e non ci rimane che ricostruire insieme una bella storia da raccontare ancora! Questa è la vicenda di un casale pieno di storie conosciute e nascoste. Si trova a Villalba di Guidonia e deve il suo nome ad un episodio ancora tutto da scoprire o da approfondire. Ma quando le fonti sono poche o incerte è compito degli appassionati dare vita, attraverso le immagini e le parole, ad una rappresentazione che potrebbe essere verosimile e che mira ad accendere o riaccendere una luce su una pagina davvero intrigante e affascinante intorno a questo “Huomo raro, ingegno sublime, e nato per disposizione divina”
Tra i vapori delle acque solfuree, provenienti dai vicini laghi Regina e Colonnelle, l’alba nel casale annunciava un giorno memorabile. Gli anonimi lavoratori del “lapis tiburtinus” non potevano immaginare di consegnare alla storia un “materiale” eterno. Quella pietra “locale”, che aveva causato e causava morte e disperazione per la pericolosità della sua estrazione, era l’unica faticosissima fonte di sopravvivenza ma, al tempo stesso, ammirata dall’intera umanità per il suo utilizzo nell’arte e nell’architettura.
Nella cava, illuminata dal primo sole, c’era attesa e fibrillazione per accogliere non un comune committente, ma l’ingegnoso Gian Lorenzo Bernini che si recò, nella località chiamata Le Fosse tra Roma e Tivoli, per scegliere personalmente il travertino per la realizzazione del Colonnato di San Pietro. Al suo arrivo le maestranze lo venerarono come una divinità e in un luogo che sembrava dimenticato si accese all’improvviso una luce universale, nel secolo dei lumi. Uno dei cavatori, incredulo, cominciò a incidere – con un arnese appuntito su una lastra ben levigata – i principali momenti di quella visita.

Una pianta della Piazza Vaticana fu notata dallo stesso in tutto il suo splendore: semiaperta lasciava intravedere, ancor prima dello sguardo dell’umanità, la grande opera. Verso sera il rischio di mettersi in viaggio era troppo alto e pochi i blocchi idonei per essere poi modellati e trasformati in colonne. Il maestro cenò, con un atteggiamento confidenziale e paritario, insieme alla sua squadra e con la manovalanza del posto. Rimase nella improvvisata “locanda” due giorni; un tempo necessario per avviare il trasporto per l’antica via Tiburtina, a bordo di barozze, del travertino migliore. Alla partenza Bernini salutò in segno di gratitudine e riprese il suo cammino insieme a quello della storia. Nulla sappiamo di quel giovane ma la sua cronaca, incisa sulla preziosa pietra, si salvò sotto la protezione di un pino dalle forti radici per essere narrata insieme a quella del Casale che – in onore dell’illustre passaggio, dalla fine del seicento – fu denominato Casal Bernini.
Ora il profilo dell’edificio risente dei segni del tempo, ma deve il suo nome a colui che vive eternamente tra le Colonne Divine.
Bibliografia
Giovanni Morello “Giovan Lorenzo Bernini. Il padron del mondo” Edizioni Musei Vaticani 2026

Mi è molto piaciuto l’articolo, piacevole, ricco e ben scritto di AntonionCapitano, perché leggendolo mi sembrava di rivivere le stesse sensazioni che provo quando mi capita di trovarmi vicino al Casale Bernini : un ‘atmosfera quasi irreale, sospesa tra le suggestioni storiche che il casale suscita, il fascino unico del paesaggio delle cave ancora immerse nell’acqua solfurea, la pianura desolato al tramonto e nella notte e la figura di Bernini che sembra aleggiare su tutto. Arricchisce l’atmosfera il dipinto del Casale di Marianna, che aggiunge un tocco vivo e delicato alla suggestione