Distinguendo fra l’olivo coltivato, da cui si ricava l’olio e l’oleastro selvatico, sappiamo che il primo si diffuse in Italia lentamente: la presenza delle lucerne per olio attesta che solo dal III sec. a.C. nel Lazio (ager Tiburtinus compreso) c’era olio abbondante, usato non solo nell’alimentazione, ma anche nell’illuminazione, nella cosmesi e nella farmaceutica.
di Carlo Pavolini, già Funzionario del MIC e Professore di Archeologia nell’ Università della Tuscia
La protostoria e i rapporti con la civiltà micenea
Le bacche dell’olivo selvatico, nonostante il loro sapore amaro e acido, venivano consumate dall’uomo preistorico, come mostrano i rinvenimenti paleobotanici avvenuti in Italia meridionale, Sicilia e Sardegna. La distinzione fra le due specie, coltivato e selvatico, è registrata anche in alcune tavolette micenee, ed è verosimile che la coltura dell’olivo (come quella della vite) sia giunta in Italia dall’Oriente:la terminologia etrusca e latina dell’olio deriva infatti dal greco e prima ancora dal miceneo. Si pensa che i mercanti approdati nelle nostre regioni dal Mediterraneo orientale mangiassero olive in salamoia: dai noccioli gettati via si sarebbe sviluppata una vegetazione spontanea, con fenomeni di ibridazione che portarono prima alla nascita di piante “semi-domestiche” e poi – tramite processi di selezione e di innesto, ma anche grazie all’importazione di polloni dall’Oriente – alla comparsa dell’olivo domestico quale noi lo conosciamo, non molto dissimile dai suoi antenati arcaici.
Situazione in Italia
Nelle varie parti d’Italia, però, tali processi non ebbero un andamento lineare. Nel Sud della penisola e in Sicilia, infatti, le tecniche dell’innesto si sarebbero affermate già fra la Media Età del Bronzo ( 1500- 1200 a.C.) e quella del Ferro ( inizio IX sec. a.C) , epoche in cui sono stati rinvenuti resti carbonizzati di legno di olivo o di olivastro in alcuni siti calabresi. Contemporaneamente si diffusero anche il fico e la vite, ma, rispetto a quest’ultima, la coltura dell’olivo venne favorita anche dalla facilità con cui lo si può impiantare e far crescere, senza la necessità né di molto lavoro, né dell’impiego di manodopera specializzata.
L’olivo a Roma e nel Lazio in età arcaica ( 600-500 a.C.)
Prima che tali sviluppi coinvolgessero Roma e il Lazio, dovettero passare molti secoli. Gli storici ritengono, infatti, che la produzione di olio commestibile fosse assente in quest’area anche in periodo arcaico ( 600-500 a.C.): sarebbe cominciata più tardi, a seguito di ulteriori contatti con la Grecia e con l’Etruria, e comunque con notevole ritardo rispetto all’introduzione dell’uso di bere vino. In effetti, le testimonianze bio-archeologiche che potrebbero far pensare ad una precoce comparsa dell’olivo domestico, sono rarissime, limitandosi ad alcuni noccioli trovati nell’area sacra di S. Omobono (Roma) e a Cures in Sabina.
Risultati degli Scavi
Per Roma, solo dati “negativi” provengono dai livelli di età protostorica e arcaica di Centocelle, delle pendici sud-orientali del Palatino e del Foro di Cesare: nessuna traccia, in essi, di testimonianze dell’olivo. Lo stesso si può dire per gli scavi della città laziale arcaica di Ficana (Acilia): qui i reperti paleobotanici finora analizzati, databili fra il 760/50 e il 580/70, non includono né noccioli, né legni di olivo. Le fonti letterarie si occupano molto poco degli aspetti di cui stiamo parlando, ma un passo di Fenestella riportato da Plinio (Naturalis Historia, 15, 1) ci informa che l’olivo non veniva coltivato in Italia, Spagna e Africa fino al regno di Tarquinio Prisco (616-579).
Raccolta delle olive in territorio tiburtino (foto d’archivio)
Dopo l’età arcaica
Nell’orizzonte romano-laziale, superata la fase arcaica, la situazione cominciò gradualmente ad evolversi, e in tal senso si può citare l’isolata scoperta di un torchio per la premitura dell’olio nello scavo della Villa dell’Auditorium presso Ponte Milvio, in un contesto databile fra il 500 e il 350/300 a.C. Quanto alle piantumazioni che potevano alimentarlo, in via congetturale si è pensato al comprensorio di Villa Glori, una collina che domina da Nord-Est il sito dell’Auditorium e che poteva essere adatta alle colture arboree, a differenza del pianoro alluvionale dove sorgeva la villa romana.
Ambiente e illuminazione: la tarda Repubblica
Il quadro resta comunque problematico, tanto da rendere necessario il ricorso ad un’argomentazione indiretta, basata sullo studio delle lucerne fittili per olio. Anche qui l’evidenza è inizialmente negativa, perché – a parte un isolato esemplare a Roma dalla zona di S. Omobono (VI sec. a.C.) – prima del 250 a.C. circa, lucerne non sembrano presenti né a Roma e nel Lazio, né in Etruria: in tali regioni l’illuminazione domestica prevedeva evidentemente l’impiego di torce in legno resinoso, forse di candele, ecc.
Importanza delle lucerne per la datazione
Dalla metà del III secolo in poi, invece, le lucerne di terracotta entrano via via a far parte della cultura materiale delle zone citate, il che può aver avuto diverse cause: la deforestazione sempre più rapida dell’Italia centrale (conseguenza, a sua volta, dell’urbanizzazione), ma anche gli intensificati contatti culturali con la civiltà greca, magno-greca e siceliota. In ogni caso, il dato nuovo della diffusione delle lucerne è un indicatore sicuro del fatto che esisteva ormai, in Etruria e nel Lazio, un surplus di olio che consentiva di utilizzare il prezioso liquido non più solo per l’alimentazione,ma anche per l’illuminazione e per altri scopi (la preparazione di cosmetici, di medicamenti e unguenti, ecc.). Nella tarda Repubblica, insomma, il paesaggio del Latium vetus cambia anche da tale punto di vista, e gli oliveti cominciano ad assumere quella preminenza che caratterizzerà per secoli, ad esempio, l’immagine dell’ager Tiburtinus.
Distesa di olivi a Tivoli
Olivo nella zona di Pomata
Bibliografia
G. Vallet, “L’introduction de l’olivier en Italie centrale d’après les données de la céramique”, in M. Renard (a cura di), Hommages à Albert Grenier (Latomus, 58), 1962, pp. 1554-1563. C. Pavolini, “Ambiente e illuminazione”, in Opus, I, 1982, pp. 291-313 con bibl. precedente. A. Carandini (a cura di), La fattoria e la villa dell’Auditorium nel quartiere Flaminio di Roma, Roma 1996 R. Brandt,Scavi di Ficana, II, 1, Roma 1996
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