La regina Zenobia da Palmira a Tivoli

La regina Zenobia da Palmira a Tivoli

Nelle bibliografie imperiali della Historia Augusta è citata Zenobia, regina di Palmira che, vinta da Aureliano e portata in catene a Roma, visse in un palazzo del territorio tiburtino

di 
Maria Rosaria Barbera, già Dirigente MIC

L’antefatto e il contesto storico

Nella raccolta di biografie imperiali nota come Historia Augusta (fine del IV sec. d.C.) una sezione è dedicata ai Trenta Tiranni, usurpatori che costituirono regni indipendenti in territori già sotto il controllo di Roma. Tra questi, in una società declinata al maschile e pienamente “patriarcale”, compare la figura di Zenobia, regina di Palmira, in Siria.

Veduta di Palmira in una fotografia del 2010 (da Wikipedia, s.v. Palmira)

I fatti si svolsero nella seconda metà del III secolo d.C., durante la crisi strutturale cd. “anarchia militare”, sofferta dall’Impero romano, tanto più a fronte di un territorio immenso, esteso in tre continenti: Europa, Asia e Africa: in termini geografici, oggi l’area dell’Impero Romano corrisponderebbe a ben 57 diversi Paesi.

Con la Constitutio Antoniniana (212 d.C.), l’imperatore Caracalla aveva esteso la cittadinanza a tutti gli uomini liberi dell’Impero. Meno di trent’anni dopo, intorno al 240, Zenobia nasceva a Palmira, divenuta una colonia di diritto italico e fiorente nei commerci grazie alla sua posizione, sulle vie carovaniere provenienti dall’estremo Oriente, India, Arabia e dalle coste del Mediterraneo. Le ricchezze di Palmira ingolosirono il regno persiano, da poco passato nelle mani dell’aggressiva dinastia dei Sasanidi e così Roma ricorse alle capacità militari di Settimio Odenato, proveniente da un’importante famiglia palmirena entrata nel Senato romano.

L’ascesa di Odenato e Zenobia

Ritratto del cd. Odenato, marito di Zenobia (da Wikipedia, s.v. Odenato)

Mentre in Mesopotamia i Sasanidi sconfiggevano in campo aperto l’esercito imperiale, arrivando a catturare l’anziano imperatore Valeriano (il quale morì in prigionia), Odenato ottenne più di una vittoria, riuscendo anche ad assediare la capitale dei nemici, Ctesifonte (260-261 d.C.). L’imperatore Gallieno gli conferì allora i titoli di dux Romanorum e corrector totius Orientis, accettando perfino che fosse onorato localmente col titolo di “Re dei re”, già appartenuto agli antichi sovrani di Persia.

Nell’inerzia di Roma, Odenato si apprestò a costituire una dinastia, contando sul figlio del primo matrimonio; ma l’assassinio di entrambi (267/8) lasciò campo libero alla sua seconda e giovane moglie, Zenobia. Costei – nome completo Septimia Zenobia Bath-Zabbai – chiese e ottenne di trasferire al figlio suo e di Odenato gli altisonanti titoli guadagnati dal padre e a governare come reggente del bimbo. Nei fatti, Palmira era diventata un regno regionale largamente autonomo, sia pure dipendente nella forma dall’Impero Romano.

Il regno di Palmira nella sua massima espansione, all’interno dell’Impero romano (da Wikipedia, s.v. Palmira)

Zenobia vedova e reggente, la guerra con Aureliano

L’imperatore Aureliano: a sin. nel ritratto in bronzo dorato a Brescia, S.Giulia; a ds. nella ricostruzione grafica di Haroun Binous (da Internet)

Zenobia, ormai clarissima regina, riconobbe formalmente il nuovo imperatore Claudio II, detto il Gotico, ma alla fine del breve regno di lui (268-270), funestato dagli scontri con i Goti e dalla peste nei Balcani, colse l’occasione per occupare militarmente l’Arabia, l’Egitto e parte dell’Asia Minore. A completare il quadro di una politica sempre più autonoma, nell’autunno 270 il figlio Vaballato, col titolo di rex imperator, si affiancò nella monetazione al nuovo imperatore Aureliano, che poco dopo sparì del tutto, sostituito però dall’immagine di Zenobia.

Ottimo e determinato guerriero, Aureliano era fatto di una pasta diversa da Gallieno: quindi, sconfitte le tribù germaniche sul Danubio, si volse a Oriente allo scopo di ripristinare l’integrità dell’Impero, ingaggiando con Zenobia una lotta senza quartiere. La regina alzò la posta, elevando il figlio e sé stessa ad Augusti, in diretta competizione con l’imperatore legittimo, così l’esercito imperiale fu inviato in Oriente e, attraversata vittoriosamente l’Asia Minore, raggiunse la Siria.

Moneta d’argento (antoniniano) con Zenobia e Giunone (da Wikipedia)

La vittoria di Aureliano

Zenobia e il figlio davanti ad Aureliano. Ciclo di affreschi della Villa Grimani Vendramin, ca. 1720 (da Internet)
 

Zenobia si era circondata di un consiglio tutto al maschile, con cui stabiliva le mosse a contrasto delle azioni di Aureliano, Il quale ebbe la meglio sulle truppe della regina, grazie a una politica che univa la superiorità militare alle promesse di perdono. Mentre i generali palmireni venivano sconfitti (a Immae, sulle rive dell’Oronte e a Emesa, non lontano dall’odierna Homs) Zenobia, dopo aver rifiutato una resa vantaggiosa, ebbe l’ardimento di saltare su un dromedario e attraversare il deserto per andare a chiedere aiuto ai Sasanidi, ma i soldati romani la intercettarono proprio mentre stava per attraversare l’Eufrate.

Nell’incontro con Aureliano, gli disse altera “Riconosco in te un autentico imperatore, perché vinci”, una frase davvero regale. Lui le risparmiò la vita: si trattava pur sempre della moglie di un vir consularis già inserito nel sistema politico imperiale, ma la rivolta andava punita con decisione. Così, nel 274, la regina di Palmira dovette sfilare nel corteo trionfale dell’imperatore. La Historia Augusta la descrive ingioiellata e avvinta da catene d’oro, mentre s’inchina al suo nemico, che si limitò a spedirla in una bella villa, nell’esilio dorato di Tivoli.

Zenobia prigioniera sfila in catene al trionfo di Aureliano. Ciclo di affreschi della Villa Grimani Vendramin, ca. 1720 (da Internet)

Zenobia secondo le fonti antiche

Zenobia arringa i soldati durante la guerra di Palmira. Ciclo di affreschi della Villa Grimani Vendramin, ca. 1720 (da Internet)
 

Le descrizioni che gli autori antichi lasciano di Zenobia sono piuttosto diverse. Nell’Historia Augusta, il ritratto nel capitolo sui Trenta Tiranni è abbastanza positivo: benché barbara e straniera (peregrina), è capace di governare viriliter, in più è bella, casta, colta (autrice di un libro di storia nonché poliglotta, come Cleopatra); inoltre mostra notevoli doti di amministratrice “più di quanto si potesse supporre in una donna. Insomma, una sovrana immersa nella cultura ellenistico-orientale. In quanto guerriera poi, risponde a un cliché che ne esalta i tratti maschili: l’abito militare, la voce forte e chiara, l’amore per la caccia, le forti bevute ai banchetti, la capacità di marciare con i soldati, alle cui assemblee partecipava elmata e vestita di porpora. In questo quadro, s’innestano i caratteri dell’amore per il lusso di una donna orientale.

Di contro, nel capitolo su Aureliano presente nella medesima Historia, la regina diventa una guerrafondaia arrogante, insolente, avida di lusso e ricchezze. Lo sguardo dell’autore cambia, perché il faro è Aureliano, non un sovrano debole come Gallieno, che infatti ha permesso a una donna di mostrarsi quasi come un’imperatrice d’Oriente. In tale contesto, i tratti femminili della regina esprimono un Oriente molle e lussurioso, mentre quelli maschili appaiono del tutto negativi: il passo sulla battaglia di Emesa, decisiva per l’Impero, adombra un ruolo attivo di Zenobia, regina guerriera che sarebbe stata “messa in fuga” col suo generale Zabdas.

Più sintetico ed equilibrato è il ritratto di Zosimo, scrittore bizantino dei primi del VI secolo, che non nasconde il desiderio di Zenobia di “accrescere il suo potere”, ma la definisce di mente e coraggio virile”. Pur con diversi accenti, dagli autori emerge il concetto che un governo femminile era direttamente connesso con la deriva dei tempi, poiché solo dei barbari potevano consentire a una donna di comandare. Si ricordava anche che al processo intentato dal vincitore, la regina aveva protestato la sua innocenza, scaricando le responsabilità della guerra sugli uomini del suo Consiglio, incluso Longino, che furono tutti giustiziati. Il commento di Edward Gibbon, che pure la riteneva una donna con “un genio superiore”, imputava il venir meno del coraggio alla sua fragilità femminile”.

Rilievo funerario di nobile palmirena, cd. Zenobia (da Wikipedia, s.v. Zenobia)

La Fine di Zenobia

Zenobia in catene guarda per l’ultima volta Palmira, dipinto di Herbert Gustave Schmalz, 1888 (da Internet)

Varie congetture accompagnano gli ultimi anni della vita di Zenobia, inclusa la leggenda che la voleva liberata da Aureliano, colpito dalla sua bellezza e poi moglie di un senatore e madre di figlie “romane” (il piccolo Vaballato era morto). Delle due versioni di maggiore sostanza storica, l’autore del capitolo sui Trenta Tiranni sostiene che ella visse come una matrona romana insieme con i suoi figli a Tivoli, in un podere chiamato Zenobia, non lontano da Villa Adriana; in tal senso è stata interpretata l’iscrizione urbana di una Septimia Odaenathiania, forse sua discendente. Al contrario, Zosimo scrive che morì di malattia o di fame, al modo delle grandi eroine.

Quanto all’esilio a Tivoli, le due ipotesi principali vedono opporsi la villa in località Colli di S. Stefano, non distante da Villa Adriana, che presenta una fase del III secolo; e le cd. Terme di Agrippa (Bagni di Zenobia, presso le Terme Acque Albule), di età adrianea, forse trasformate più tardi in residenza.

Rimane certo che a Tivoli s’infranse il sogno imperiale di questa donna indomita, che lottò con coraggio per sé stessa, suo figlio e il suo popolo, ottenendo una celebrità tuttora legata al suo nome.

La regina Zenobia nell’età moderna

Queen Zenobia su banconota da 100 Syrian Pounds (AH1411- 1990, da Internet, mynumi.net)

Se l’esilio di Zenobia rimane avvolto nel silenzio, già nel IX-X secolo il mondo arabo riportò in vita la regina di Palmira, trasformandola nella regale figura femminile di al-Zābba, che si rifà appunto al nome palmireno di lei (vd. l’espressione “più potente di al-Zābba”). Dal XVIII secolo poi, la riscoperta europea di Palmira ha riportato alla ribalta anche in Occidente la storia di questa donna singolare.

A Noventa Padovana, nella Villa Grimani Vendramin, Giambattista Tiepolo ha lasciato un ciclo di affreschi (ca. 1720), che ricorda e celebra Zenobia. La raffigurazione della regina splendente di gioielli e avvinta da catene d’oro mentre cammina china davanti al carro trionfale di Aureliano, si affianca a quella dove, diritta su un piedistallo nella posa di un vero generale romano, arringa i soldati del suo esercito; che sia anche una madre, è appena suggerito dalla presenza del figlio bambino che le si aggrappa alle vesti. Sul finire del secolo (1792) un dramma per musica, intitolato “Zenobia di Palmira”, fu composto da P. Anfossi e G. Sertor per il Teatro di Bologna.

Tuttora questa donna straordinaria rappresenta un mito fondativo dello stato della Siria, dove il recupero della sua figura di regina araba in lotta contro i colonizzatori romani ha costituito un efficace strumento politico, ampiamente utilizzato dall’ex Presidente della Siria Bashar al-Assad: dalla sua immagine sulla banconota da 100 pounds, alla monografia scritta nel 1986 dall’allora Ministro della Difesa, Mustafa Tlass.

I cospicui resti della splendida Palmira sono stati in gran parte distrutti dall’esercito di occupazione del cd. Stato Islamico (detto Is o Daesh) fra 2015 e 2016; i militanti decapitarono l’archeologo Khaled al-Asaad, a lungo direttore del sito archeologico.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

E. Equini Schneider, Septimia Zenobia Sebaste, Roma 1993.

Zenobia. Il sogno di una regina d’Oriente, Mostra, Torino 2002, Milano 2002.

L. Braccesi,  Zenobia, l’ultima regina d’Oriente, Milano 2017

N.J. Andrade, Zenobia shooting star of Palmyra. Women in Antiquity, New York 2018.

U. Hartmann, Zenobia of Palmyra. A Female Roman Ruler in Times of Crisis, in Powerful women in the ancient world, perception and (self)presentation, Münster 2021

V. Porqueddu, Dall’Oasi di Palmira a Tivoli, in Le Grandi ville Romane del Territorio tiburtino (Catalogo Mostra), Tivoli 2021, pp. 113-116

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Redazione

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