Nelson Mandela e le competenze digitali dei giovani.
A prima vista, mettere nella stessa frase la storica lotta di Nelson Mandela contro l’Apartheid e la necessità per un ragazzo di oggi di imparare a programmare o a usare l’intelligenza artificiale può sembrare un azzardo. Apparentemente non c’entrano nulla. In realtà, c’entrano tutto.
A metà luglio il calendario delle Nazioni Unite ci mette davanti a due ricorrenze cruciali che, se lette insieme, tracciano una rotta chiarissima per la nostra società: la Giornata Mondiale delle Competenze dei Giovani (15 luglio) e il Mandela Day (18 luglio). Due facce della stessa medaglia.
Mandela ripeteva spesso che “l’istruzione è l’arma più potente che si possa usare per cambiare il mondo”. Ma oggi, nel 2026, lo scenario è radicalmente cambiato. L’istruzione teorica, da sola, rischia di girare a vuoto se non viene accompagnata da competenze pratiche e digitali.Viviamo in un mondo che corre a una velocità vertiginosa tra lo sviluppo pervasivo dell’IA, le sfide urgenti della crisi climatica e un mercato del lavoro che si ridefinisce ogni sei mesi. In questo contesto, chiedere alle nuove generazioni di farsi carico del futuro senza dare loro gli strumenti tecnologici e professionali adeguati non è solo ingiusto: è un’ipocrisia.
Investire sulla formazione tecnica dei ragazzi non è un regalo o un atto di generosità. È, molto più pragmaticamente, l’unico modo che abbiamo per evitare il collasso del sistema economico e sociale. Significa dare ai giovani gli strumenti per trasformare lo studio in dignità personale e indipendenza economica.
La tecnica senza etica è pericolosa
È esattamente a questo incrocio che i punti si uniscono e la figura di Madiba diventa drammaticamente attuale. La tecnologia e la tecnica, senza una profonda base etica, sono cieche e pericolose. Si può essere i programmatori più brillanti del pianeta, ma se manca l’empatia, se manca lo sguardo verso l’altro, non si costruisce una comunità; si rischia solo di amplificare le disuguaglianze.
Mandela non ha lottato solo per abbattere i muri dell’Apartheid, ha lottato per l’inclusione. Legare il suo nome e la sua eredità alle competenze digitali dei giovani significa capire che il sapere tecnologico deve essere accessibile a tutti e deve servire a un fine più alto: proteggere i diritti umani, azzerare i divari sociali e creare ponti culturali.
Il digital divide è la nuova forma di isolamento sociale contro cui dobbiamo combattere sul nostro territorio.
La sfida dei 67 minuti: facciamo la nostra parte
In occasione del Mandela Day, l’ONU lancia ogni anno una sfida aperta a tutti: dedicare 67 minuti del proprio tempo — un minuto per ogni anno che Mandela ha speso al servizio dell’umanità — ad un’azione solidale per gli altri.
Quest’anno l’invito che rivolgiamo alla nostra comunità locale è concreto: dedichiamo quel tempo a supportare un giovane. Condividiamo una competenza professionale, offriamo un momento di orientamento, diamo ascolto e spazio a chi sta faticosamente cercando di costruire il proprio percorso lavorativo e di vita.
I giovani non sono un “futuro lontano” a cui pensare domani. Sono il presente, e stanno già scrivendo, volenti o nolenti, le regole del gioco.
