Il dialetto di Tivoli nel medioevo – Parte terza
Nel Medio Evo il dialetto tiburtino acquistò caratteristiche che ancora si conservano, come l’uso dei soprannomi e la stabilità dei toponimi. Inoltre nei processi accusati e testimoni parlavano nel dialetto del tempo.
di
Franco Sciarretta
8 – Atti del Comune di Tivoli del 1414.

Sono importantissimi documenti che testimoniano le voci dialettali all’inizio del secolo XV e quindi maturate nei secoli precedenti. Come ci sono pervenute? Dagli Atti dei processi svoltisi alla presenza del giudice sediale, di fronte al quale le testimonianze vengono rese nella lingua parlata dai singoli accusati o dai testimoni. Si possono leggere in Sciarretta 1999, pp.87-89, dove ne sono riportati sette, tutti del 1414. Ne trascriviamo interamente due:
-1414, febbraio, 4. Un tal Nicola (Nicolaus Butii Cervelli de Tybure) accusa Grisanto (Grisanctum Mei Cecchi de Tybure) di avergli lanciato contro parole ingiuriose, proprio di fronte al banco del tribunale mentre si rendeva giustizia. Le parole offensive sono queste:” Tu mectai recato lo grano dallara” (tu mi hai portato via il grano dall’aia). Grisanto di fronte al giudice ammette di aver detto: “tu mectai recato lo grano da lara”. Un primo testimone (Nicolaus Luppe de Tybure), riferendo ciò che ha sentito, aggiunge qualche termine: “Tu mectai recato lograno dallara dui rugia et farraiotello provare” (Tu mi hai portato via dall’aia due rubbia e te lo farò provare). Un altro testimone conferma quanto sentito, ripetendo le parole di Nicola: “Tu mectai recato lograno dallara”.

-1414 (febbraio / marzo ?). Una certa Margarita (Margherita) viene accusata di tentato omicidio perché un giorno mentre stava presso la finestra della propria abitazione avendo notato che un uomo, di nome Buzio, stava cercando di rubarle un canestro di fichi, aveva preso una pietra e colpito sul capo il ladro. Lei allora aveva chiamato subito un testimone, tal Matteo (Mactaeus Petrutii Brigantis de Tybure), invitandolo a salire nella casa con queste parole: “Vei pocho su ca voglio vedere se dego esse bactuta da quisto aribaldo rufiano” (vieni un poco su perché voglio vedere se debbo essere battuta da questo ribaldo ruffiano). Matteo era salito ed aveva visto Buzio giacente in terra, colpito in fronte, da cui era uscito molto sangue, e privo di parola. Alla voce del nuovo venuto, il ferito, ripresosi, aveva detto a Matteo: “Vidi che ma fatto questa bona femina perchemme voleva tollere poche de ficora ma amaczato” (= vedi che cosa mi ha fatto questa “buona” femmina perché volevo prendermi alcuni di questi fichi mi ha ammazzato). La donna sentite le parole del ferito, per evitare di essere incolpata di tentato omicidio, disse a Matteo: “E’ cadutu et ene briaco et voleame tollere le ficora chemme aveva seccate io et voleame tollere lu canestro dove sedeano le dicte ficora” (è caduto ed è ubriaco e mi voleva rubare il canestro dove stavano i detti fichi). Allora Buzio era di nuovo intervenuto, chiedendo alla donna: “èdello guadagnato teo quisto canestro ?” (è frutto del tuo lavoro questo canestro?). La donna aveva risposto: “Messe sì perché melaio recato da casema” (Messere sì perché me lo sono portato da casa mia).Matteo vide che in terra erano il canestro, i fichi et“multa baca olivarum” (in dialetto odierno “molte vaca de liva”) ed inoltre la pietra usata da Margarita, che Buzio teneva in mano. Il ferito allora si era di nuovo rivolto a Buzio, confermando:” Con questa preta ma dato” (con questa pietra mi ha inferto il colpo). Nel brano sono presenti correzioni apportate dal trascrittore, le più evidenti sono “bactuta” per battuta e “amaczato” per ammazzato, “dicte” per dette, secondo il linguaggio cancelleresco.

I termini dialettali, preposizioni comprese, sono 118. Dal vocabolarietto che si è potuto realizzare, che qui per ragioni di spazio non riportiamo, si possono ricavare queste conclusioni; è operante anche l’apocope nella forma SO ’ (= io sono/essi sono), per cui cade l’ultima sillaba. Per “essi sono”, a partire dal Cinquecento, troviamo anche la forma “SONNO”, oggi anche, con o senza rafforzamento postonico, SÓNNU/SÓU.
La metafonia vocalica si è pienamente affermata; la seconda persona dell’Indicativo presente/imperativo “VIDI” ne è una testimonianza chiara. Ancora oggi diciamo “io védo/tu vidi”. La stessa cosa si può ripetere per “VE’”, dal momento che coniughiamo “Io vèngo, tu vé”.
Sono presenti le forme enclitiche dei pronomi personali: “VOLÉAME” /mi voleva),” CÁMME” (che mi), “CHECTE” (che ti).
Compare la “a” protetica: ARIBALDO, anziché “ribaldo”. è questo un fenomeno linguistico della massima importanza perché nel tiburtino attuale tutti i verbi inizianti con “re/ri” avranno la “a” protetica: Così “arefà” per “rifare”, “arepigghià” per “ripigliare” etc.
Sono vivi gli aggettivi possessivi enclitici “mio”, “tuo”: PATRETO/PATRITO (da “pater tuus”).
Le consonanti postoniche tendono a raddoppiarsi: “perchémme” = perché mi. “chémme” = che mi, “cennere” (che si ricava da “cenderata/cennerata) = cénere.
Sono forme ipercorrette parole come la citata “CENDERATA” che sarebbe dovuta essere “CENNERATA”, dal momento che “ND” tende sempre a trasformasi in “NN”.
Rimane inalterato l’infinito “ESSE” che ripete il latino “esse”.
Le preposizioni articolate nella pronuncia si fondono con la parola seguente, per cui abbiamo “DALLARA” (dall’ara/aia).
Sono vivi i neutri plurali: FĺCORA…
è attiva la legge dei trisillabi piani: “DESPÈCTO” per “dispetto”.
è operante l’assimilazione con monosillabi terminanti in r oppure in n, seguiti da articolo determinativo: “PELLU” (per il), “NOLLO” (non lo).
Il futuro della prima persona singolare è fatto su –AIO (da habeo> aggio > aio) aggiunto all’infinito: “FARRAIO” (da facere + aio= faceraio>farraio) che nel tiburtino dei tempi successivi diverrà faceràgghio/faràgghio; “GERRAIO” (da gire+aio: giraio>girraio>gerraio. “GERRAIO” in seguito diverrà “ghieràgghio”.
è nota la differenza nei pronomi/aggettivi dimostrativi tra “QUÉSTA” (vicino a chi parla ed a chi ascolta) e “QUÉLLA” (lontano da chi parla e da chi ascolta), Possiamo aggiungere, per i secoli successivi, “QUĖSSA” (vicino a chi ascolta e lontano da chi parla). Avremo così nei pronomi dimostrativi: QUISTU/QUILLU/QUISSU.
Compare il –NE paragogico, che si lega, nell’esempio portato, alla III persona dell’Indicativo presente del verbo “essere”: ÈNE (è). Nel tiburtino odierno è usuale ricorrere al –ne ogni volta che ci troviamo di fronte a monosillabi: sine, nòne, sune, gghiόne( si, no, su, giù) etc.
È attiva l’aferesi che intacca “BRIACO” (= ubriaco), passato nei tempi vicini a noi a “’mbriacu”.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
Cortellazzo, Marcato 1998; De Mauro, Lodi 1993; Federici 1910; Mosti 1975; Mosti 1987; Mosti 1988; Petrocchi 1956; Petrucci 2004; Rizzello 1966; Sciarretta 1999: Toponomastica Tivoli 1997; Vignuzzi 1997.
